Il gioco dei bambini

GiocoForse si può dire che il bambino impegnato nel gioco si comporta come un poeta in quanto si costruisce un suo proprio mondo o, meglio, dà a suo piacere un nuovo assetto alle cose del suo mondoFREUD, Il poeta e la fantasia.

Nel suo libro “Gioco e realtà”, Winnicott parla di bambini “perduti” nel gioco e definisce lo spazio-tempo del giocare un’area che non ammette intrusioni. In questo modo il bambino può svincolarsi dall’idea di essere tutt’uno con la madre e andare pian piano incontro all’esperienza autonoma. In quest’area intermedia, tra se stesso e il mondo esterno (che Winnicott chiama area transizionale), il bambino si serve spesso di oggetti come l’orsacchiotto o il lembo di una copertina per avventurarsi da solo nella realtà. L’attaccamento a questo oggetto transizionale agisce come una sorta di ponte che rende meno traumatico il distacco dalla madre e, soprattutto, permette al bambino di affrontare i sentimenti di ansia in alcune situazioni particolari come il momento della nanna.

Per Winnicott il gioco è sempre un’esperienza creativa “grazie alla sospensione del giudizio di verità sul mondo, a una tregua dal faticoso e doloroso processo di distinzione tra sé, i propri desideri e la realtà”. In questo modo, attraverso un atteggiamento ludico verso il mondo, in questa area intermedia tra il soggettivo e l’oggettivo, può comparire l’atto creativo che permette al soggetto di essere a contatto con il nucleo del proprio Sé.

Gli atteggiamenti interiori dei genitori esercitano sempre una grande influenza sui figli: la loro predisposizione mentale nei confronti del gioco, l’importanza che vi attribuiscono e il loro coinvolgimento hanno potenti effetti sul bambino. Se i genitori considerano il gioco infantile con autentico interesse personale e non semplicemente con tolleranza e rispetto, l’esperienza del gioco fornirà al bambino una solida base sulla quale costruire il rapporto con loro e, successivamente, con il mondo. Solitamente l’adulto ha più facilità a sentirsi coinvolto in giochi più maturi e complessi come gli scacchi o il calcio, che non in giochi di livello più semplice come costruire torri con mattoncini di legno, cavalcare il manico di una scopa o giocare con le macchinine. In realtà il termine “gioco” copre due diverse forme di attività corrispondenti a due distinti stadi di sviluppo.

Il gioco proprio dell’infanzia è quel tipo di attività del bambino piccolo caratterizzato dalla libertà da ogni regola, eccetto quelle imposte dal bambino stesso (quindi soggette a continue modifiche), dall’impiego della fantasia e dall’assenza di qualunque finalità.

Il gioco del bambino più grande e dell’adulto invece è solitamente competitivo, caratterizzato da regole spesso imposte dall’esterno, dall’esigenza di utilizzare il materiale di gioco nel modo previsto e non secondo la propria fantasia e da uno scopo come ad esempio vincere la partita. Proprio perché comporta una struttura precisa e certi aspetti di competizione, il gioco in cui è prevista una gara è più affine alla nostra idea adulta di passatempo ed evoca immediatamente in noi un senso di empatia, per questo motivo ci viene più facile capire il senso e l’importanza di questo tipo di gioco rispetto a quello più libero del bambino piccolo.

Riuscire a sentirsi emotivamente coinvolti nei giochi dei bambini piccoli allo stesso modo di quelli praticati da adulti permette di riconoscere e apprezzare in maniera spontanea l’importanza del gioco e di colmare la distanza tra mondo infantile e mondo adulto. La partecipazione con interesse autentico ai giochi dei bambini ben presto rivela il senso che hanno per chi li prende sul serio, altrimenti appaiono come una serie di gesti sciocchi e casuali.

Ad esempio giochi come Mosca cieca affrontano esperienze molto importanti. Al livello più semplice rappresentano tentativi di cavarsela senza il senso della vista in una condizione di perdita di orientamento. E’ la stessa esperienza di quando di notte dobbiamo muoverci in una stanza al buio. La paura del buio è una delle più antiche e paralizzanti paure dell’uomo. Attraverso il gioco, viene riprodotta questa esperienza in maniera ludica, dando modo al bambino di sentirsi in grado di padroneggiare la sua paura del buio in un modo nuovo. Lasciandoci bendare gli occhi, inoltre, sperimentiamo le buone intenzioni degli altri che non si approfittano di noi mentre non siamo in grado di vedere ciò che fanno. Il gioco della Mosca cieca ci rassicura circa la bontà del nostro ambiente, quindi sulla buona fede del prossimo e sulla costanza degli oggetti. In altre parole, nel gioco della Mosca cieca è contenuto un insegnamento di cui tutti i bambini hanno bisogno per superare la loro angoscia primaria: la paura dell’abbandono e del buio. Per un lungo periodo il lattante ha bisogno della costante presenza fisica della madre per essere rassicurato. A poco a poco il senso di sicurezza derivato dall’attendibilità delle cure materne prolungherà i suoi effetti nel tempo e al bambino basterà la sensazione che la madre ritornerà sempre nel momento del bisogno. Questo gli consente di sentirsi al sicuro anche quando la mamma non è fisicamente presente.

Ciò che è importante sottolineare è che quando i genitori provano autentica empatia per lo speciale significato che il gioco riveste per il figlio, già questo ha un effetto estremamente positivo sul bambino, anche se non giocano molto con lui. Ciò di cui il bambino ha bisogno è l’autentico riconoscimento emotivo dell’importanza delle sue attività, così che esse assumano un significato ancora più profondo. Le continue richieste di giocare con lui rappresentano un tentativo di convincersi, grazie alla nostra attiva partecipazione, che quello che fa è importante anche per noi. Nel momento in cui il bambino riceve questo messaggio sia a livello cosciente che inconscio con una forza tale da placare i suoi dubbi inconsci sulla validità delle sue attività, allora avrà meno bisogno della partecipazione fisica ai suoi giochi.

Un esempio famoso tratto dalla letteratura ci conferma come non sia necessario che gli adulti partecipino direttamente ai giochi dei bambini per rafforzarne l’importanza, purché li guardino con piacere, rispetto e approvazione. Il più lontano ricordo di Goethe, riportato nell’introduzione della sua famosa autobiografia Poesia e verità, riguarda un episodio in cui si era messo a lanciare dalla finestra prima alcuni suoi vasetti di terracotta e in un secondo momento i piatti di casa. I von Ochsenstein, vedendo la scena e accorgendosi che ci prendeva gusto, risero e gridarono “Ancora!” e Goethe soddisfatto continuò gettando dalla finestra tutti i suoi vasetti e una volta finiti, anche le stoviglie di casa.

Freud nel suo scritto “Un ricordo d’infanzia tratto da Poesia e verità di Goethe”, ipotizza che Goethe stesse simbolicamente agendo la sua collera nei confronti della sorellina e il desiderio di estromettere di casa la pericolosa usurpatrice. L’esempio ci mostra come qualunque oggetto, anche il più comune, possa aiutare i bambini a esprimere simbolicamente i loro più profondi e difficili problemi, purché gli si dia piena libertà di usare tali oggetti a loro piacimento. Ci dimostra inoltre come i bambini, se lasciati a se stessi, sappiano trasformare in un’attività densa di significato quella che all’inizio sembrava un’attività senza senso. Solo nell’istante in cui il primo piatto si fracassò sulla strada nella mente del piccolo Goethe balenò l’idea “Ecco a cosa volevo giocare!”. E infatti batté le mani dalla gioia per l’improvviso riconoscimento di ciò che cercava e che allo stesso tempo dava sollievo alle sue tensioni liberandolo dal suo stato di collera. Fu probabilmente l’approvazione dei fratelli von Ochsenstein, personaggi in vista nella città e buoni amici di famiglia, a consentire al piccolo Goethe di ampliare la portata del suo gesto passando a scaraventare fuori dalla finestra anche le stoviglie della madre. In tal modo la puniva simbolicamente per essere stata la causa della sua sofferenza, liberandosi così della collera provata verso di lei. L’approvazione di quegli adulti autorevoli e il divertimento con cui avevano guardato la sua azione gli ridiedero la fiducia di essere pur sempre ritenuto degno di stima. Aveva trovato un pubblico diverso dai suoi genitori che gli confermava come il suo modo di far fronte alla sofferenza fosse effettivamente giusto e accettabile. In altre parole, essendosi in buona misura liberato attraverso il gioco dai conflitti che lo affliggevano, grazie a questo incoraggiamento esterno si sentì in grado di continuare con rinnovato ottimismo la sua vita. Furono proprio la loro comprensione e il loro apprezzamento, non una loro partecipazione fisica al gioco, a consentire a Goethe di padroneggiare a livello simbolico un’esperienza troppo opprimente per poterla affrontare direttamente.

Quante probabilità esistono che un’esperienza del genere possa ripetersi oggi?

All’atto pratico probabilmente ci saremmo preoccupati un pochino di più dei piatti e un pochino di meno del bambino e avremmo pensato che, se si lascia correre di fronte a un comportamento così distruttivo, chissà a quali terribili conseguenze si andrà incontro. Come ci insegna la storia di Goethe, i bambini hanno bisogno di “buttare fuori” le cose e il gioco spontaneo è il modo migliore per farlo. Oggi, mentre si accetta facilmente l’idea che l’adulto abbia bisogno di “buttare fuori” le emozioni, se a cercare di farlo, anche attraverso manifestazioni di collera, sono i bambini, ecco che gli adulti intervengono prontamente a reprimere tali tentativi. Il risultato è che episodi del genere, invece di diventare ricordi lieti, custoditi con piacere da grandi e bambini per il fatto che l’approvazione dell’adulto aveva rafforzato la stima di sé e il senso del benessere del bambino, oggi tendono a trasformarsi in ricordi colpevolizzanti e carichi di rancore che allontanano genitori e figli. Frustrati per ciò che riguarda le loro intenzioni inconsce e rimproverati per le loro azioni, i bambini imparano ben presto a rimuovere ogni sentimento che possa provocare in loro impulsi distruttivi. Ma i sentimenti di collera non scompaiono; o trovano sfogo in qualche altro comportamento dove il significato non sarà altrettanto trasparente e l’atto risulterà quindi poco omogeneo rispetto alla sua causa, oppure la collera verrà rimossa continuando però a covare nell’inconscio.

Dovremmo partire dal presupposto che qualunque cosa faccia un bambino, per quanto stravagante o stupida possa apparire la sua condotta, ha sempre ottimi motivi per comportarsi come si comporta. E anche se non riusciremo a comprenderla subito o del tutto, la nostra buona volontà ci aiuterà in questo lavoro. In questo modo possiamo comprendere meglio nostro figlio, fargli del bene e migliorare i rapporti con lui invece di trasmettergli l’idea che le sue azioni sono stupide e per questo motivo vanno impedite o punite. A sottolineare quanto sia importante l’intima simpatia degli adulti rispetto ai giochi dei bambini, Goethe fa seguire al racconto di quell’episodio la descrizione di come lui e la sorellina fossero soliti giocare ai piedi della nonna, o, se era malata, sul suo letto, sottolineando quanto fosse importante per loro il fatto che la nonna ne provasse un genuino piacere e li incitasse con così tanta benevolenza a giocare.

Dott.ssa Valentina Villani

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