I Sogni

Psicologo Psicologa Psicoterapeuta Roma Monteverde Portuense Valentina VillaniI sogni sono il prodotto dell’attività cerebrale durante il sonno e si manifestano sotto forma di immagini, emozioni, suoni e pensieri. Fin dai tempi più remoti i sogni hanno suscitato l’interesse degli uomini che hanno cercato di elaborare numerose teorie che tentavano di spiegare la loro natura. Gli antichi non consideravano il sogno come un prodotto della psiche ma come una manifestazione della divinità. Con Aristotele il sogno diventa oggetto della psicologia perdendo così la sua origine divina e rivolgendosi invece alla sfera terrena. Solo Freud, molti anni dopo, arriva a intraprendere uno studio psicologico e sistematico sull’argomento. Secondo le sue teorie il sogno rappresenta “la strada maestra che conduce alla conoscenza dell’inconscio”. Tutto ciò che cerchiamo di nascondere a noi stessi durante lo stato di veglia riemergerebbe nel sogno perché i freni inibitori della coscienza sarebbero allentati. Tuttavia in qualche misura i freni inibitori continuerebbero almeno in parte ad agire e questo spiegherebbe il carattere fantastico, surreale e criptico dei sogni. Per questo motivo, secondo Freud, i sogni necessitano di un’interpretazione per riuscire ad andare oltre il contenuto cosciente o manifesto e individuarne invece il suo contenuto latente o inconscio.

Altri studiosi hanno formulato teorie molto diverse, per alcuni autori ad esempio il sogno sarebbe semplicemente una rielaborazione delle esperienze nascoste percepite durante lo stato di veglia, secondo altri sognare sarebbe un modo con cui il cervello smaltisce l’eccesso di informazioni raccolte, secondo la teoria delle “reti neurali” il sogno servirebbe non solo a mettere ordine, ma anche a fare pulizia, eliminando i ricordi più deboli e inutili. Diversi studi scientifici sembrano confermare una funzione evolutiva del sogno che consente agli individui una rielaborazione continua dei contenuti sia consci che inconsci favorendo così un equilibrio emotivo, relazionale e psichico.

Dal momento che esistono diverse teorie, spesso contrapposte, si può facilmente intuire che, dal punto di vista scientifico, i sogni rappresentano ancora in buona parte un mistero.

Ma cosa accade dal punto di vista fisiologico durante il sonno e soprattutto nel momento in cui si sogna?

Il sonno si divide convenzionalmente in 4 fasi di sonno a onde lente (Stadio 1, 2, 3, 4) anche detto Non REM in cui avviene una progressiva diminuzione del tono muscolare, del ritmo respiratorio e della frequenza cardiaca e di una fase di sonno REM (Rapid Eye Movements) caratterizzato da movimenti oculari rapidi in sequenze di 3/10 movimenti ravvicinati che si ripetono più volte con intervalli fra i 5 e i 10 secondi, un tracciato EEG simile alla veglia e un aumento di frequenza dei ritmi respiratori e cardiaci. Durante il sonno REM si svolge la più importante delle esperienze mentali del sonno: il sogno. Diversi studi hanno dimostrato che solo il 10% di coloro che vengono svegliati in una fase di sonno Non-REM riferisce di ricordare qualche immagine vivace del sogno in corso, mentre tra coloro che vengono svegliati durante la fase REM, oltre l’80% riferisce ricordi di sogni vividi e intensi. Durante una notte di sonno si ripetono circa 5 cicli di sonno (dallo stadio 1 Non-REM allo stadio REM) e ogni ciclo dura circa 90 minuti. Ad ogni modo l’alternarsi delle fasi del sonno varia a seconda dell’età ed è comunque diversa da persona a persona. Le ore di sonno REM in un neonato, in proporzione alle ore di sonno complessive, sono circa la metà, mentre durante la crescita tale proporzione tende a diminuire progressivamente.

I sogni riferiti dopo risvegli ottenuti verso il mattino sono molto più ricchi e complessi di quelli raccontati dopo risvegli nella prima parte della notte.

Dopo anni di sperimentazione, sembra ormai chiaro che nel corso del sonno REM il cervello si comporta in modo praticamente identico a quello della vita da svegli, inviando cioè segnali per il movimento dei muscoli in risposta agli scenari proposti dai sogni. Anche se gli occhi non ricevono immagini provenienti dal mondo reale, il cervello ordina loro di muoversi e di osservare scene che in realtà esistono solo nella mente. I segnali inviati al resto del corpo vengono per la maggior parte inibiti a livello di spina dorsale, in modo da non provocare movimenti degli arti. Per alcune parti del cervello non esiste differenza tra sogno e realtà, perciò quando sogniamo ad esempio di mangiare o litigare o pensare, il cervello invia gli stessi segnali che invierebbe come se stessimo davvero mangiando, litigando o pensando.

La caratteristica principale che distingue il sogno dalla realtà è la continuità: gli eventi del mondo reale procedono in modo continuo mentre nei sogni ogni evento tende a essere isolato e solo vagamente collegato a quelli successivi e gli avvenimenti e i personaggi saltano da una situazione all’altra in modo inspiegabile.

Tutte le persone sognano anche se non tutte ricordano spontaneamente i loro sogni al risveglio. Il motivo per cui si tende a dimenticare un sogno al risveglio è probabilmente legato al rischio di confonderlo con la realtà: se ricordassimo ogni sogno con la stessa chiarezza delle esperienze reali diventerebbe estremamente problematico distinguere le due cose. Molti dei ricordi relativi al mondo dei sogni si troverebbero in conflitto con il mondo reale perciò la memoria mette in atto un’importante meccanismo di protezione rendendone difficile il ricordo.

In ogni caso la possibilità di ricordare un sogno dipende da diversi fattori come il significato affettivo del sogno, la sua ripetitività o il tempo trascorso tra l’evento sognato e il risveglio. Per quanto riguarda i contenuti e la tonalità affettiva sembra siano correlati alla personalità del soggetto: una persona immaginativa e creativa riferisce generalmente sogni ricchi di contenuti rispetto a una persona dotata di scarsa fantasia. Uno stato d’animo malinconico dà al sogno una tonalità depressiva, uno stato d’animo allegro una tonalità euforica. Inoltre, i sogni che vengono riferiti al proprio psicoterapeuta sono molto più complessi e densi di contenuti rispetto a quelli che vengono raccontati in laboratorio subito dopo essere stati svegliati dal sonno REM. Questo dimostra quanto gli stati psicologici e le motivazioni possono influire sulla qualità del sogno e, probabilmente, sulle capacità di ricordarne una maggiore quantità di dettagli.

Passerà ancora molto tempo prima che la sempre più vasta conoscenza del cervello ci permetta di svelare ogni mistero riguardo al significato dei sogni e alla loro relazione con la nostra vita da svegli. Vorrei concludere con le parole di Arthur Schopenhauer che ben rappresentano a mio avviso la magia e il fascino dei sogni: “La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro: leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare”.

Dott.ssa Valentina Villani

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Depressione Post Partum

Psicologo Psicologa Psicoterapeuta Roma Monteverde Portuense Valentina VillaniLa gravidanza rappresenta un momento unico nella vita di una donna ed è caratterizzata da intensi cambiamenti fisici ed emotivi.

Aspettare un figlio non significa soltanto prepararsi a un avvenimento gioioso, ma anche a nove mesi di gravidanza durante i quali possono sorgere molti dubbi sulle proprie capacità di donna e di futura madre e sul passaggio definitivo dal ruolo di figlia a quello di madre. E’ inoltre necessario accettare il feto dentro di sé, concepirlo come differente e separato psicologicamente e affrontare il distacco fisico.

E’ anche un momento in cui riaffiorano ricordi relativi all’infanzia e al rapporto con la propria madre: se i conflitti con le figure genitoriali non sono stati ancora superati, l’intero processo può subire delle interferenze e la futura madre può sentirsi ancora più insicura o addirittura provare un vero e proprio sentimento di inadeguatezza.

E’ chiaro quindi che la donna in questa condizione si trova a dover affrontare un difficile lavoro psicologico accompagnato da diverse fonti di stress che si accentuano nei casi in cui viene a mancare un sostegno emotivo da parte delle persone care, o quando non è in grado di affrontare le difficoltà del puerperio, o ancora, quando teme eccessivamente la rottura della simbiosi. Tutti questi fattori, uniti ai cambiamenti ormonali come il calo del livello degli estrogeni e del progesterone, possono dare origine alla Depressione Post Partum o Depressione Postnatale.

E’ importante distinguere gli episodi di depressione post partum dalla “Baby Blues” che colpisce circa il 70% delle donne nei dieci giorni successivi al parto che tende a scomparire entro poche settimane. Questa condizione per lo più transitoria, è caratterizzata da sensazioni d’ansia, stanchezza e irritabilità accompagnate da crisi di pianto che possono essere considerate come una normale conseguenza della separazione biologica madre-feto e delle ricorrenti alterazioni ormonali successive al parto.

La Depressione Post Partum ha una prevalenza del 10-20%, insorge entro quattro settimane dal parto ed è caratterizzata da fluttuazioni dell’umore, ansia, angoscia, irritabilità, apatia, tristezza, facilità al pianto, bassa autostima, mancanza di energia, senso di colpa e inadeguatezza, autocolpevolizzazione, ridotta capacità di attenzione e concentrazione, senso di solitudine, insonnia e inappetenza. A questo quadro sintomatologico spesso si associa la presenza di eccessiva preoccupazione per il neonato, l’intensità della quale può variare dall’ipercoinvolgimento a veri e propri deliri, oppure il non provare sentimenti di amore verso il figlio che si manifesta con il disinteresse o con la paura di rimanere da sola con il neonato.

L’infanticidio è più spesso associato con gli episodi psicotici postpartum caratterizzati da allucinazioni o deliri, ma si può verificare anche durante gravi episodi di depressione postnatale.

Tra i fattori di rischio che possono agevolare l’insorgenza del disturbo, vi sono episodi passati di depressione, gravidanza non programmata, disagi familiari presenti o passati, traumi come la perdita di un familiare o del lavoro, tendenza all’isolamento e al rifiuto dell’aiuto altrui, carattere ansioso e irritabile, abuso di alcol, fumo o sostanze.

Molto spesso le madri con depressione post partum tendono a vivere con enorme senso di colpa le loro sofferenze poiché, secondo l’immaginario collettivo, la gravidanza e il periodo successivo devono essere necessariamente caratterizzate da felicità, pienezza e appagamento. Ecco quindi che viene messo in atto un processo di dissimulazione del proprio stato che si manifesta con una negazione dei vissuti depressivi.

In particolare, alcuni comportamenti come l’ossessiva preoccupazione per ogni dettaglio riguardante la cura del bambino, i continui controlli notturni della respirazione e l’eccessiva apprensione per l’alimentazione del piccolo, uniti a segnali psicologici come senso d’impotenza, rassegnazione, eccessiva autocritica e tristezza possono costituire dei veri campanelli d’allarme per individuare precocemente questo disturbo.

Le interazioni madre-bambino sono quindi soggette a presentare disfunzionalità soprattutto in relazione al fatto che la depressione postnatale produce una limitazione nell’espressione dell’affettività della madre che rende il suo aspetto triste, ansioso e teso accompagnato da una minore frequenza di scambi visivi e fisici con il bambino. Ogni madre poi adotta uno stile affettivo-comportamentale personale, da quella che mostra atteggiamenti invadenti e intrusivi a quella emotivamente assente e incapace di sostenere le iniziative di interazione del bambino.

Secondo uno studio inglese pubblicato sugli Archives of Pediatrics & Adolescent Medicine, anche i neopapà potrebbero essere colpiti da forme più o meno lievi di depressione post partum. Ad aumentare il rischio di pensieri negativi sembrano essere soprattutto la carenza di sonno, i cambiamenti nella vita di coppia, l’eccessiva stanchezza e il senso di responsabilità legato al nuovo ruolo di padre.

Per intervenire sui fattori di rischio è necessario diminuire l’isolamento sociale subito dopo il parto aumentando la vicinanza, il supporto e la condivisione con il partner, i familiari e gli amici che possono diventare importanti risorse non solo per sostenere la neomamma nelle attività quotidiane, ma anche per comprendere e accogliere nella maniera più empatica possibile le sue emozioni.

La consapevolezza che la maternità è un periodo complesso in cui convivono emozioni contrastanti permette di attenuare i sensi di colpa rispetto al percepire sé stesse come cattive madri. Inoltre, la capacità di comunicare il proprio malessere consente di ricevere un aiuto concreto dall’esterno che può essere rappresentato dall’attivazione della rete sociale della donna o, nei casi più gravi, dal trattamento farmacologico e dalla psicoterapia.

Dott.ssa Valentina Villani

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Attacchi di Panico

Psicologo Psicologa Psicoterapeuta Roma Monteverde Portuense Valentina Villani

Palpitazioni, tachicardia, sudorazione, tremori, sensazione di soffocamento o asfissia, dolore al petto, nausea, sensazioni di sbandamento o svenimento, paura di perdere il controllo, di impazzire o di morire, sensazione di irrealtà (derealizzazione), sensazione di distacco da se stessi (depersonalizzazione), formicolio, brividi o vampate di calore. I sintomi di un attacco di panico si sviluppano improvvisamente e raggiungono il picco nel giro di dieci minuti circa. Si tratta di un periodo preciso di paura o disagio intensi in cui sono sufficienti almeno quattro dei sintomi elencati.

Si possono individuare tre tipi di attacchi di panico:

  • Inaspettati, nei quali l’esordio non è associato a un fattore scatenante situazionale;
  • Causati dalla situazione, i quali si manifestano durante l’esposizione o nell’attesa di uno stimolo o un fattore scatenante (ad esempio un soggetto con fobia sociale che ha un attacco di panico nel momento in cui deve parlare in pubblico);
  • Sensibili alla situazione, che possono manifestarsi in seguito all’esposizione di un fattore situazionale scatenante, ma non sono necessariamente legati allo stimolo scatenante (ad esempio, è altamente probabile che gli attacchi di panico si manifestino mentre il soggetto sta guidando la macchina, ma alcune volte lo stesso soggetto può guidare senza avere attacchi).

La frequenza e la gravità degli attacchi di panico è molto variabile: alcuni individui presentano attacchi moderatamente frequenti (ad esempio una volta a settimana) che si manifestano per mesi in maniera regolare, mentre altri riferiscono una serie di attacchi più frequenti (ad esempio quotidianamente per una settimana) intervallate da settimane senza attacchi o con frequenza ridotta.

Chi ha provato gli attacchi di panico li descrive come un’esperienza terribile in cui la percezione di un’intensa paura, apprensione o terrore è spesso associata a una sensazione di catastrofe imminente. La paura di avere un nuovo attacco molto spesso diventa dominante e il singolo episodio può sfociare in un vero e proprio disturbo di panico in cui c’è una preoccupazione persistente di avere altri attacchi, la cosiddetta “paura della paura”.

La preoccupazione per il prossimo attacco o per le sue implicazioni sono spesso associate allo sviluppo di condotte di evitamento che possono determinare una vera e propria agorafobia (paura degli spazi aperti). Nei casi di disturbo di panico con agorafobia, il disagio aumenta in tutti quei contesti come i luoghi affollati o più in generale i luoghi pubblici, nei quali la persona teme di non poter raggiungere una via di fuga in caso di crisi di panico. Diventa quindi quasi impossibile uscire di casa da soli, viaggiare in aereo, in treno o in metropolitana, guidare la macchina o stare in mezzo alla folla. L’evitamento di tutte le situazioni che potenzialmente potrebbero scatenare l’attacco di panico rende l’individuo schiavo dei suoi sintomi al punto da sentirsi più sicuro solo quando viene accompagnato da una persona di fiducia, riducendo così la sua autonomia.

Solitamente gli attacchi di panico sono più frequenti in periodi stressanti. In particolare, la perdita o la rottura di relazioni interpersonali importanti come ad esempio lasciare la propria casa per andare a vivere da soli, il divorzio, la malattia o la perdita di una persona significativa, possono fungere da fattori precipitanti.

Oltre alle ricerche che hanno riscontrato una maggiore incidenza di eventi esistenziali stressanti nei soggetti con disturbo di panico, varie teorie supportate da ricerche hanno tentato di comprendere la patogenesi di questo disturbo.

Secondo Kagan e collaboratori dipende da una caratteristica temperamentale innata definita “inibizione comportamentale a ciò che non è noto” in cui i bambini possono essere facilmente spaventati da tutto ciò che è loro estraneo.

Secondo uno studio condotto da Manassis e collaboratori, i pazienti con disturbo da attacchi di panico spesso vedono la separazione e l’attaccamento come reciprocamente escludentesi. Ciò si traduce nella manifestazione di uno spettro estremamente ristretto di comportamenti che tentano allo stesso tempo sia di evitare la separazione, percepita come troppo minacciosa, sia l’attaccamento che viene vissuto come troppo intenso.

Milrod suggerisce invece che coloro che sviluppano attacchi di panico sono soggetti a sensazioni di frammentazione del Sé e possono avere bisogno di un terapeuta o di altre figure significative che li aiutino a percepire un senso stabile di identità.

Anche un abuso sessuale e fisico durante l’infanzia sembra avere qualche collegamento con lo sviluppo di un disturbo da attacchi di panico. Una ricerca condotta da Stein e collaboratori rilevò un’elevata correlazione tra disturbi d’ansia e storie di abuso sessuale infantile nei gruppi di donne esaminati. Poiché il trauma infantile interferisce con l’attaccamento del bambino ai genitori, l’abuso sessuale potrebbe spiegare alcune delle difficoltà che i soggetti con disturbo da attacchi di panico hanno nel sentirsi sicuri con gli oggetti significativi della loro vita.

La cura farmacologica può essere utile per ridurre o eliminare i sintomi dell’attacco di panico ma da sola non rappresenta un trattamento risolutivo.

E’ preferibile affiancare alla terapia farmacologica una psicoterapia,attraverso la quale è possibile aiutare il paziente a sentirsi accolto, a capire il significato profondo dell’ansia, a tollerarla, a svelare il simbolismo delle situazioni evitate, il tipo di conflitto espresso dall’attacco di panico e a modificare i meccanismi alla base di quel comportamento che causa così tanta sofferenza.

Dott.ssa Valentina Villani

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