Quando le emozioni non hanno voce: alessitimia

L’aalessitimialessitimia è un disturbo della regolazione affettiva, le persone che ne sono affette hanno una profonda difficoltà nel contattare le proprie emozioni, nel riconoscerle e nel verbalizzarle (dal greco, a: mancanza; lexis: parola; thymos: emozione; letteralmente: non avere parole per le emozioni).

Fu descritta per la prima volta nel 1948 da Jurgen Ruesch nell’articolo “The infantile personality”, anche se il termine fu coniato da John Nemian e Peter Sifneos (1976) per definire un insieme di caratteristiche di personalità riscontrabili nei pazienti psicosomatici.

Le persone alessitimiche sembrano essere meno capaci di dare un senso ai loro stati interni, con conseguenti ricadute negative sulle relazioni interpersonali e sulla gestione dell’attivazione neurofisiologica legata alle emozioni (Lysaker et al.).

Le caratteristiche peculiari dell’alessitimia riguardano:

– difficoltà nel distinguere i sentimenti dall’attivazione fisica di natura emozionale;

– difficoltà nel descrivere agli altri i sentimenti;

– ridotta capacità immaginativa e scarsità di fantasie;

stile cognitivo orientato all’esterno.

In apparenza ben inseriti nella società, i soggetti alessitimici presentano una povertà di contenuti nei processi immaginativi e tendono ad avere esplosioni di collera o di pianto incontrollato senza essere capaci di descrivere quello che provano in quel momento. Anche la rigidità nei movimenti e la mancanza di movimenti espressivi del volto di questi soggetti tradiscono un funzionamento emotivo ridotto. Risulta assente non solo la loro capacità di entrare in contatto con i propri vissuti interiori, ma anche la capacità di sintonizzarsi sui sentimenti altrui. Questo perché i soggetti alessitimici, pur mostrando una normale attivazione fisiologica in presenza di emozioni, hanno ridotte capacità di riorganizzare gli elementi che caratterizzano la loro esperienza corporea in una rappresentazione mentale intrapsichica (Parker J.D.A., Taylor G.J., Bagby R.M. 1993; Kristal H. 2007).

In un colloquio con un soggetto alessitimico può accadere che questi racconti in maniera estremamente dettagliata un evento e le circostanze connesse, e rimanere meravigliato se qualcuno gli fa notare che probabilmente ciò che ha provato in quella specifica situazione è rabbia. Questo sempre perché l’alessitimico ha la tendenza a riferire modificazioni somatiche senza comprendere che l’esperienza della rabbia comprende in sé tutte le sensazioni provate quali tremori o tensione muscolare.

Questo disturbo può inoltre svilupparsi in seguito a gravi traumi come maltrattamenti o abusi sessuali o a malattie che portano a uno stato di pericolo di vita come cancro o trapianto.

Taylor, Bagby e Parker (2000) hanno considerato l’alessitimia un disturbo dell’elaborazione degli affetti che interferisce con i processi di auto-regolazione e riorganizzazione delle emozioni. Questo potrebbe spiegare la tendenza dei soggetti alessitimici ad assumere alcuni comportamenti compulsivi quali: l’abbuffarsi di cibo, l’abuso di sostanze o il vivere in modo perverso la sessualità per liberarsi dalle tensioni causate da stati emotivi non elaborati.

In soggetti con condotte dipendenti, come i bevitori abituali o chi abusa si sostanze stupefacenti, si possono riscontrare alcune caratteristiche correlate con l’alessitimia. La motivazione può essere ricercata nel fatto che il soggetto alessitimico, cerca di compensare la scarsa quantità e qualità delle emozioni attraverso esperienze che possono alterare lo stato di coscienza, utilizzate quindi come condotte compensatorie, la cui assenza porta alla formazione di somatizzazioni in alcuni casi anche gravi.

I rapporti relazionali con i soggetti con questo tipo di disturbo oscillano tra una forte dipendenza verso qualcuno a cui si rivolge e si fa affidamento, a una forma di isolamento emotivo ricercato e voluto.

La maggior parte delle teorie ad orientamento psicoanalitico più recenti sostengono che la regolazione e il contenimento di esperienze primitive, avvengano nei primissimi anni di vita del bambino all’interno del rapporto con la figura di riferimento primaria (madre o chi ne fa le veci) (Bion 1962, Winnicott, 1965, Kohut, 1976; Bowlby, 1989; Main, & al. 1985). Il filone dell’Infant Reserch ha poi evidenziato l’importanza della regolazione reciproca madre-bambino: non solo la madre regola gli stati emotivi primitivi del bambino, ma viceversa i segnali affettivi provenienti dal bambino regolano l’affettività e il comportamento della madre (Stern, 1984,1985; Emde e al. 1991).

Bion (1962) sosteneva che il materiale emotivo primitivo e grezzo venisse trasformato in rappresentazioni mentali di emozioni, sogni, fantasie, pensieri coscienti attraverso il contenimento della madre. Secondo la concezione di Bion, la madre ha un ruolo di contenitore, cioè ha la funzione di assorbire, contenere, elaborare e interpretare gli stati affettivi del suo bambino, soprattutto quelli disturbanti e laddove questa funzione di contenitore e regolatore fallisce, il bambino (e poi l’adulto) non riesce a trasformare le emozioni in rappresentazioni mentali. In questi casi le emozioni rimangono a livello di percezioni, sensazioni, impulsi all’azione, aumentando il rischio di disturbi psicosomatici.

Grotstein & al. (1997) attribuivano una buona riuscita della regolazione affettiva e fisiologica, ad una reciprocità dello scambio tra il soggetto accudente e il bambino, che successivamente sarà in grado di regolare autonomamente. In un lavoro del 1986, Grotstein sosteneva che una carenza di contenimento, di sintonizzazione, o in ogni caso un disturbo nelle relazioni primarie, avrebbe imprigionato l’emozione a uno stadio estremamente primitivo e pericoloso: per evitare di essere travolto da una valanga di emozioni ingestibili, il soggetto alessitimico metterebbe in atto meccanismi difensivi massicci contro l’affettività.

Secondo la Teoria dell’Attaccamento (Main & al.,1985) i problemi di disregolazione affettiva nascono da stili di attaccamento insicuri. In particolare, il bambino con attaccamento insicuro-evitante (il cui caregiver risulta rifiutante, emotivamente non disponibile e scarsamente espressivo) tende a sviluppare dei problemi di riconoscimento ed espressione degli affetti e impara a basarsi esclusivamente sulla cognizione; il bambino con attaccamento insicuro-ambivalente (il cui caregiver fornisce risposte affettive incoerenti, fuorvianti, non prevedibili) non sviluppa la capacità di usare la cognizione per modulare gli affetti.

Per quanto riguarda la riflessione sulle cause e le origini del disturbo, si pensa che siano in gioco diversi fattori, tra cui alcuni deficit neurobiologici le come ad esempio una disfunzione dell’emisfero cerebrale destro, tradizionalmente connesso alla neurobiologia delle emozioni oppure un deficit del trasferimento interemisferico, le variabili socioculturali che, secondo alcune ricerche, evidenziano una maggior prevalenza nei maschi e nei ceti svantaggiati, ma soprattutto è stata messa in luce l’influenza critica delle prime esperienze relazionali e di attaccamento.

Il rapporto con i genitori durante l’infanzia è considerato cruciale per lo sviluppo psico-affettivo di ogni individuo. La crescita in un ambiente invalidante, in cui manca un’adeguata relazione affettiva che permetta al bambino di sviluppare le proprie capacità di modulare il proprio stato emotivo, l’appartenenza a una famiglia molto autoritaria, una carenza affettiva o un evento traumatico possono produrre effetti patogeni sul soggetto, il quale presenta difficoltà a comprendere e comunicare adeguatamente emozioni e stati d’animo.

Studi osservativi condotti su neonati nell’interazione con la loro figura di riferimento (solitamente la madre), mostrano che nel bambino è rintracciabile, fin dai suoi primi mesi di vita, un’attività comunicativa centrata sull’espressione delle emozioni (Crugnola & Baioni, 2002).

Quelli che nel neonato sono stati indifferenziati di soddisfazione e disagio, pian piano si differenziano in una complessa gamma di emozioni specifiche: le acquisizioni, nel secondo anno di vita, della capacità rappresentativa e del linguaggio hanno un impatto fondamentale nello sviluppo della consapevolezza emotiva e nella capacità di identificare e regolare gli affetti.

L’alessitimia, e più in generale, i problemi della regolazione affettiva hanno contribuito ad approfondire l’importante influenza dei legami di attaccamento sul funzionamento della mente nel corso dell’intero ciclo vitale, consentendo inoltre di rimarcare il fatto che le emozioni, anche se radicate nella biologia, includano una fondamentale dimensione cognitiva, soggettiva ed esperienziale.

Da un punto di vista terapeutico, si evidenzia la necessità di ristrutturare la sfera cognitivo-affettiva della personalità. Le esperienze cliniche finora raccolte sottolineano l’importanza di un trattamento che integri l’approccio farmacologico con quello psicoterapeutico con l’intento di intervenire simultaneamente sia sulla struttura neurobiologica che sui fattori di natura psicosociale (Bateson G. 1972, Marty P., De M’uzan M., David C. 1971; Caretti V., La Barbera D. 2005).

Dott.ssa Valentina Villani

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Il viaggio dentro di sé: dal labirinto alla trasformazione

LabirintoEsistono situazioni della vita in cui accade che la coscienza sia chiamata a una particolare sofferenza e lacerazione, momenti di profonda introversione, di ritiro di energia dagli eventi, dal lavoro, dalle relazioni. In questi momenti di crisi l’individuo spesso si sente come in un labirinto, intrappolato in una dimensione di cui non conosce la via d’uscita, in un vicolo cieco. Quando siamo in una fase di profonda introversione, difficilmente abbiamo la percezione di vivere una trasformazione, una prova di apertura a un altro ordine di significati e di senso. Si può richiamare una delle più efficaci e profonde esperienze trasformative: la seduzione. Prendiamo come esempio l’immagine tratta dalla mitologia del labirinto e del filo di Arianna che “se-duce”, ovvero letteralmente conduce a sé Teseo. Egli, con l’aiuto del filo di Arianna sta cercando di compiere un’impresa mai tentata prima: attraversare il labirinto per sconfiggere il Minotauro, assicurandosi anche la possibilità di tornare fuori una volta compiuta la difficile impresa. Allo stesso modo possiamo dire che nella vita, quando posti di fronte al confronto con le nostre parti oscure, ci lasciamo guidare nei meandri della nostra psiche fidandoci del fatto che esiste quel filo, quel rapporto che ci lega agli altri. Senza quel filo che congiunge l’interno con l’esterno, la fantasia con la realtà, la nostra vita non avrebbe senso, anche per il solo fatto di non essere comunicabile e condivisibile. Il filo ci lega alla verità dell’altro, crea una significatività empatica, proprio come accade a chi si lascia catturare e trasportare dalla seduzione che solo l’incontro con l’amata o l’amato può generare. Ma qui il volto dell’amore è quello di un mostro distruttivo e temibile. Eros è una divinità beffarda che sconvolge tutto, generando le passioni più grandi ma anche i dolori e le pene più profonde. L’altro diventa l’arcano di un desiderio e, come diceva Goethe i desideri “discendono dall’alto nelle loro proprie forme” intendendo che è impossibile afferrarli con la ragione. Per tornare al mito, si può dire che Teseo era innamorato dell’amore prima ancora che di Arianna, e per l’appunto a lei toccherà in sorte l’abbandono. Quella di Teseo è la storia dell’eterno Don Giovanni che per capriccio vuole gestire l’oscura forza del desiderio, sfidandola e, se necessario, distruggendola. L’oggetto su cui si posa tale desiderio non è che un mezzo, mentre il fine è quello di provare a se stessi che si è superiori alla temibile forza del perturbante, dispensatori onnipotenti di gioia e dolore. Arianna è l’altro volto della seduzione, quello di colei che ignara del fine e del mezzo, si lascia condurre altrove. Ella vive nel presente, non le interessa sapere cosa la attende, nel presente si compie già il senso della sua attesa, l’oggetto del suo amore è il fine, non il mezzo. Tuttavia anche Teseo è costretto ad ammettere che quel filo che ci lega all’altro, sia esso il mezzo o il fine della nostra esistenza, è indispensabile per vivere. E’ da esso che traiamo la forza necessaria per capovolgere situazioni difficili, la fiducia necessaria per sentirci eroi. Sapere che qualcuno ci pensa, ci desidera e ci attende alimenta la nostra sensazione di essere unici e insostituibili, l’incontro con l’amato ci colma di un appagamento che nessun’altra esperienza potrà mai darci. Qualcosa dentro di noi arriva alla completezza, non importa se è solo passeggero, perché nel momento in cui lo viviamo sfioriamo l’eterno.

L’immagine del labirinto come ripetizione, quando ogni strada sembra già percorsa e non conduce a nessuno sbocco si presta facilmente a un discorso sulla sofferenza psichica. L’individuo viene travolto da comportamenti e dinamiche relazionali che riproducono il fantasma di un rapporto primario. Nel labirinto non c’è direzionalità, il cammino diventa occasionale, la coscienza non ha più punti di riferimento. Altra caratteristica del percorso labirintico è la combinazione di vicoli ciechi e soprattutto biforcazioni che costringono la persona a operare una scelta.

Un’altra idea che l’immagine del labirinto contiene è quella del viaggio. Lo scopo del viaggiatore che si inoltra nel percorso è quello di raggiungere la camera centrale, la cripta dei misteri. Ma non si tratta soltanto di raggiungere tale cuore, la prova consiste anche nel saperne uscire per tornare al mondo reale. Il sogno d’angoscia è una rappresentazione tipica del labirinto. Sognare di trovare degli ostacoli in un percorso per raggiungere una meta appare come un’immagine archetipica del viaggio impedito. Il suo contenuto è chiaramente simbolico e ricco di preziose indicazioni sulle particolari caratteristiche delle difficoltà incontrate. Il cuore del labirinto è il suo centro su cui gravita tutta la tensione dell’individuo che lo percorre, è la sede del mistero, il luogo del divino o del mostruoso. L’uomo che ha raggiunto il centro non sarà più lo stesso una volta uscito da quel luogo perché lì ha incontrato una misteriosa congiunzione di opposti: l’immagine della sua doppia natura animale e divina.

L’immagine archetipica del labirinto esprime fondamentalmente il cammino della vita vissuta in modo autentico. Questo richiede scelte continue tra diverse direzioni di percorso e comporta inevitabilmente il rischio di deviazioni ed errori. Il labirinto diviene un continuo quesito che l’uomo pone a se stesso, vale a dire l’immagine dell’incertezza della coscienza e della precarietà delle sue acquisizioni.

Il percorso di trasformazione all’interno del labirinto assume un’importanza fondamentale all’interno di quel “viaggio” particolare che è l’analisi. L’inizio dell’analisi richiama il mito di Teseo che entra nel labirinto. Quando una domanda d’aiuto è autentica, essa testimonia una scelta più o meno inconscia di un desiderio di conoscenza profonda di sé.

Affrontare le prove labirintiche del vivere e della trasformazione, di per sé, non ha alcun valore se non conduce a una metabolizzazione dell’esperienza vissuta. Questa metabolizzazione si rende manifesta solo nell’incontro con l’altro. Anche quando questa alterità è solo immaginata, esiste comunque un dialogo segreto con un’entità a noi esterna. Come nel caso di Teseo che, una volta entrato nel labirinto, ha un rapporto soltanto virtuale con Arianna che verrà difatti abbandonata a prova conclusa, ma quello stesso rapporto è comunque fondamentale alla sopravvivenza dell’eroe. Non esiste vita se non c’è quel filo che ci tiene uniti all’esterno da cui ci nutriamo e che alimenta la nostra fiducia nel mondo.

Quel filo richiama uno dei concetti chiave della psicoanalisi contemporanea: la mutualità. Già Jung aveva riconosciuto l’importanza della mutualità in psicoterapia. In un lavoro del 1969 scriveva:

” Quando due personalità si incontrano è come se si mescolassero due sostanze chimiche; se c’è qualche forma di combinazione entrambe vengono trasformate”.

Alcuni junghiani contemporanei hanno portato avanti questa tradizione che considera la psicoanalisi una procedura mutua e dialettica grazie anche all’ampliamento della metafora junghiana in cui la situazione analitica è considerata come un processo chimico (o alchemico) nella quale avviene una trasformazione tra gli elementi individuali. Gli junghiani, basandosi sull’analogia del processo alchemico nel quale elementi individuali di base vengono mutuamente trasformati in oro, considerano la relazione terapeutica come un processo di trasformazione mutua e reciproca nel quale paziente e analista devono essere ugualmente trasformati.

Come accennato sopra, la mutualità è un principio centrale della psicoanalisi relazionale. Una relazione di alleanza terapeutica efficace sembra essere connessa a un’affermazione di sé, una comprensione, un’affiliazione, un’empatia e un rispetto mutui e reciproci. Ma non è soltanto l’empatia mutua a predire un buon esito terapeutico; è anche la capacità di entrambi i partecipanti di provare l’uno per l’altro un’ampia gamma di emozioni a predire un risultato positivo.

Secondo Aron (1996), se i pazienti non riescono a sentire di aver raggiunto i propri analisti, di averli commossi, fatti arrabbiare, feriti, inquietati, guariti, conosciuti in qualche modalità profonda, potrebbero non essere in grado di trarre alcun beneficio dall’analisi. La psicoanalisi da questo punto di vista è un profondo incontro emotivo che coinvolge due persone, due menti, due soggettività che si incontrano.

Dott.ssa Valentina Villani

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Disturbo istrionico di personalità

Disturbo istrionicoSeduttivo e affascinante, si pone sempre al centro dell’attenzione per fare colpo sull’altro, manipolatore e fatuo, debutta sul palcoscenico della sua vita con tante maschere, una per ogni occasione.

Gli “istrioni” erano gli attori dell’antica Roma, e in seguito questo termine fu utilizzato anche per connotare gli attori che recitavano con particolare enfasi allo scopo di ottenere facili effetti scenici. Nel linguaggio quotidiano questa parola spesso viene utilizzata per indicare quelle persone che nella vita assumono atteggiamenti teatrali, o che simulano in modo plateale.

Il disturbo istrionico di personalità è caratterizzato essenzialmente da un’intensa emotività, manifestata con modalità teatrali, e da costanti tentativi di ottenere attenzione, approvazione e sostegno dagli altri, attraverso comportamenti celatamente o apertamente seduttivi. Le persone che presentano un disturbo istrionico di personalità si sentono a disagio o non si sentono apprezzate quando non sono al centro dell’attenzione degli altri. Per questo motivo cercano continuamente di catturare l’interesse degli altri con comportamenti teatrali (esagerazioni di episodi di vita, invenzione di storie, descrizioni drammatiche del proprio stato fisico ed emotivo), provocatori (istigazioni) o seduttivi (adulazione, provocazioni sessuali, regali).

Le condotte sessualmente provocatorie non sono sostenute da un reale desiderio sessuale, piuttosto il loro comportamento seduttivo esprime un intenso desiderio di essere dipendenti e protetti.

Chi presenta il disturbo istrionico di personalità spesso è preoccupato del suo aspetto fisico e lo cura molto in quanto è uno strumento per attirare l’attenzione su di sé. Queste persone frequentemente ricercano complimenti per il loro aspetto e possono essere facilmente ed eccessivamente turbate da un commento critico su di esso.

Un’altra caratteristica distintiva di questo disturbo è l’espressione emotiva esagerata, superficiale e priva di spontaneità. Chi soffre di disturbo istrionico di personalità ha manifestazioni emotive intense e plateali come piangere in modo incontrollabile per un evento di scarso rilievo oppure abbracciare con trasporto persone conosciute da poco, che si attivano in modo rapido e che non sembrano vissute in profondità. Spesso rispondono a eventi minimi con pianti incontrollati, rabbia, scoppi d’ira o collera.

Lo stile di comunicazione di risulta, impressionistico e privo di dettagli: queste persone possono esprimere opinioni in modo convincente, ma le sottostanti ragioni spesso risultano prive di dati che le supportano. Altra caratteristica di questo disturbo è il considerare le proprie relazioni più intime di quanto siano in realtà (considerare un conoscente come un caro amico o fantasticare su conoscenti in modo romantico). In realtà chi soffre di questo disturbo ha difficoltà a raggiungere un’autentica intimità emotiva con le persone con cui entra in relazione. Si percepiscono soggettivamente come socievoli e piacevoli e in effetti, possono inizialmente affascinare le nuove conoscenze per il loro entusiasmo e la loro apertura. Quando la relazione continua, però, queste qualità tendono ad indebolirsi, proprio perché questi individui richiedono continue attenzioni e rassicurazioni attraverso la manipolazione emotiva e la seduttività, pur non avendone consapevolezza.

Chi soffre di questo disturbo spesso presenta anche una marcata dipendenza affettiva: essendo estremamente dipendente dall’attenzione e dall’approvazione degli altri, risulta molto sensibile al rifiuto e spaventato dalle separazioni.

Per evitare l’interruzione di un rapporto, può ricorrere a comportamenti estremi volti ad attirare l’attenzione dell’altro (promiscuità sessuale, gesti autolesivi, tentativi di suicidio). Nei rapporti di coppia, queste persone possono ricercare figure con forte autorità a cui attribuiscono doti straordinarie.

Le persone che hanno sviluppato il disturbo istrionico di personalità spesso hanno sperimentato durante l’infanzia difficoltà nella soddisfazione dei loro legittimi bisogni di attenzione e cure. Il fulcro della sofferenza dell’istrionico è determinato dal profondo senso di inadeguatezza, indegnità e mancanza d’affetto. Dietro alla maschera che indossa c’è un dolore profondo, che cerca in ogni modo di arginare, per la vana convinzione che se scoprissero quello che è realmente, gli altri possano lasciarlo solo non prendendosi cura di lui.

Ambienti familiari contraddittori e senza regole, facilitano l’insorgenza di questo disturbo. Spesso si tratta di rapporti che si basano sulla non autenticità, dove si considera solo l’apparire e non l’essere. I rapporti così impostati appaiono immediatamente superficiali e i bisogni sono considerati subordinati all’apparire. Spesso le figure significative, in particolare i genitori, li hanno apprezzati per il loro aspetto piacevole e per le loro doti di intrattenitori, piuttosto che per il loro modo di essere, per cui queste persone hanno imparato che, per soddisfare i propri bisogni affettivi, bisogna utilizzare l’aspetto fisico e la seduttività. In altri casi le persone con questo disturbo hanno ricevuto da bambini attenzioni e cure solo quando ammalati, per cui hanno imparato a ricercare accudimento solo attraverso le lamentele fisiche. Il bambino di questo particolare nucleo familiare non è preso sul serio; è sempre troppo piccolo, troppo stupido, troppo poco importante per rispondere alle domande. La conseguenza di questo atteggiamento è non essere in grado di pensare in maniera autonoma. L’istrionico non sa riflettere sui propri stati mentali e assumersi delle responsabilità, così individua come proprio il pensiero dell’altro. I genitori recitano una parte e il figlio si adegua, adottando gli stessi valori di conformismo, o recitando il copione opposto: il migliore, il ribelle, la pecora nera. Il prezzo da pagare è un senso di inautenticità, di estraneità da se stesso, e la mancanza di identità.

Il trattamento privilegiato è la psicoterapia individuale, affiancata alla farmacoterapia in caso di necessità. Tenendo conto che la dinamica di base nelle persone che soffrono di disturbo istrionico di personalità sia l’irrisolto tentativo di avere soddisfatti da qualcun altro tutti i propri bisogni, la psicoterapia tenta di individuare con il paziente l’origine di tale dinamica e le cosiddette strategie nevrotiche come la seduzione o il pensiero illogico che vengono utilizzate per la soddisfazione dei propri bisogni. Le persone con un disturbo di personalità non ritengono che il proprio comportamento sia problematico, perciò devono essere sistematicamente confrontate con le conseguenze negative dei loro pensieri e comportamenti. Per questo motivo il terapeuta dovrebbe segnalare ripetutamente le conseguenze indesiderabili del loro modo di funzionare utilizzando, quando possibile, gli episodi che si verificano proprio nella relazione terapeutica. Risulta inoltre utile che vengano fissati chiaramente i limiti nel rapporto terapeutico come ad esempio il fatto che non siano tollerate aggressioni verbali come espressioni della propria rabbia.

Dott.ssa Valentina Villani

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Aspetti simbolici e psicologici dell’immersione subacquea

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Foto di Valerio Pascucci

Vorrei che tu fossi l’acqua in cui nuotare nudo come un feto che mima il suo immenso desiderio di pace” George Gershwin.

La preparazione dell’equipaggiamento, il briefing, l’ultimo controllo dell’attrezzatura, l’assenza di gravità, scendere nel ‘blu’, le modificazioni dei colori, l’affidarsi al compagno e al gruppo, la continua verifica di se stessi, sentire il proprio respiro, gli incontri con i pesci e le altre creature marine, la contemplazione dei fondali e delle pareti, la suggestione alla vista di un relitto o di una grotta, l’euforia per l’impresa compiuta, parlare dopo il silenzio. Il comportamento dell’immergersi ha un grande significato simbolico.

In alcune persone, il silenzio, il controllo della respirazione, la mancanza di gravità, spesso creano uno stato di vuoto di significati e stimoli sul piano razionale che creano una reazione di maggiore percezione di elementi provenienti dal mondo interno. In altre persone, al contrario, questo favorisce uno stato di rilassamento, calma, pace, concentrazione. Non è raro sentire subacquei che riferiscono di raggiungere uno stato di calma solo andando sott’acqua. Alcuni riferiscono che la mancanza di rumore e la necessità di concentrarsi su parametri fisiologici come il respiro, li induce in una sorta di stato di grazia, un senso di protezione e di mancanza di qualsiasi tensione e necessità.

A livello simbolico, l’immersione può essere vista come il ritorno nell’utero materno, un momento simbiotico nel quale il subacqueo si riunisce con il mare che ha sempre rappresentato la “grande madre” per l’arte e la psicoanalisi. La prima esperienza degli esseri umani nel grembo materno è anche la nostra prima esperienza di immersione in cui abbiamo sperimentato per la prima volta quel senso di beatitudine attraverso la fusione con il liquido amniotico. In età adulta, possiamo rivivere altre esperienze di immersione come quella subacquea intesa non solo come attività sportiva o di rilassamento ma anche come attività di ricerca e scoperta della dimensione inconscia della mente. L’unico modo che abbiamo di ripetere da adulti la prima immersione in amnios è l’esperienza di una seconda nascita attraverso le immersioni subacquee.

”I suoni delle piccole pietre o della sabbia, i movimenti dei pesci, la vibrazione dell’ acqua, attivano la memoria dell’esperienza acquatica primaria” (Gargiulo).

È proprio per questo risveglio della nostra memoria primordiale inconscia che possiamo sentire, quando ci immergiamo, uno stato di rilassamento, sonnolenza o paura sulla base dalla qualità emotiva della nostra esperienza in amnios.

In immersione il pieno potenziale della nostra percezione distale è offuscato, mentre disponiamo di un maggiore senso di posizione del nostro corpo nello spazio, una percezione tridimensionale rispetto a quella bidimensionale terrestre oltre che una percezione più intensa del suono del nostro respiro, del battito cardiaco e delle sensazioni viscerali. Questa condizione ci obbliga a una maggiore concentrazione sul nostro mondo interiore rendendo l’immersione subacquea un’esperienza introspettiva. L’attrazione per aspetti ‘abissali’ del mondo esterno rappresenta anche una manifestazione del bisogno di fare i conti con parti di sé temibili ed inesplorate. Il mare e le sue profondità si candidano molto bene a rappresentare gli scenari del viaggio all’interno di sé. L’attrazione per l’abisso interiore porta all’idea di una riorganizzazione dei rapporti con aspetti interni di sé e ad un tentativo di convivenza pacifica con essi.

“Impara prima a calmare lo spirito, e poi a rilassare il corpo, poi scendi in te stesso, come un subacqueo” afferma il monaco tibetano Dugpa Rinpoche.

Secondo Gargiulo, mentre a terra non sentiamo la resistenza dell’aria, in immersione, sentiamo la presenza dell’acqua attraverso la pressione sulla nostra pelle. Quest’esperienza percettiva ci obbliga a una percezione “dell’altro da noi” a cominciare dalle caratteristiche fisiche dell’ambiente. L’esperienza tattile subacquea della percezione della presenza e della pressione dell’acqua sulla pelle fa pensare a quello che Didier Anzieu ha descritto nel suo famoso saggio sull’Io-Pelle. La pelle è il primo organo di relazione con il mondo che si forma dallo stesso foglietto embrionale da cui originerà il sistema nervoso. Attraverso il tatto, dunque, sentiamo prima e meglio l’esistenza dell’altro da noi ma anche la dipendenza e l’autonomia da esso. Per tornare alla esperienza subacquea, sentiamo maggiormente l’esistenza dell’acqua, ma sentiamo anche i nostri potenti sentimenti di dipendenza dall’acqua e la possibile ansia che questo può generare. E’ possibile che se la fisiologica interconnessione e interdipendenza degli esseri umani non viene accettata sufficientemente può non essere bene accetta neanche la fondamentale dipendenza della nostra vita dall’acqua nel periodo dell’immersione, originando vissuti claustrofobici generatori di panico (ad esempio essere costretti a restare in acqua, specie se a importanti profondità per il tempo consentito dalle tabelle di decompressione ecc.).

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Foto di Valerio Pascucci

Ci sono numerosi fattori emotivi di tipo inconscio alla base del desiderio di effettuare un’immersione subacquea. Tracciare il profilo psicologico del subacqueo non è un’operazione facile perché ogni volta che si tenti di definire un essere umano sulla base di una singola attività che svolge o che lo appassiona, si corre il rischio di riduzionismo. E possibile, però, costatare se esistano degli aspetti che si presentano con maggior frequenza tra chi pratica una stessa attività e approfondire quali siano le caratteristiche determinanti.

Il desiderio di isolarsi

L’isolarsi è una tra le caratteristiche più affascinanti dell’attività subacquea: la persona è infatti tagliata fuori completamente dal mondo esterno. La comunicazione sott’acqua è molto limitata e parallelamente si incrementa la consapevolezza del subacqueo che il proprio benessere fisico è completamente nelle sue mani.

Il desiderio di appartenere ad un gruppo

A dispetto della condizione di isolamento sopra citato, la subacquea è di fatto un’attività che ha un’alta valenza sociale. In primo luogo, durante l’immersione ciascun subacqueo ha un compagno. Ciascun membro di questa coppia è responsabile dell’altro, deve monitorare i movimenti del partner ed essere pronto a offrire il suo aiuto se è necessario. Inoltre l’attività subacquea è quasi sempre strutturata come un’attività di gruppo all’interno del quale ciascuno ha un suo ruolo.

Lo spirito agonistico

Il subacqueo sportivo, a differenza di chi pratica altre discipline, non deve vincere nulla, non ha un traguardo da superare a tutti i costi o degli avversari da vincere. Nelle immersioni tecniche c’è un traguardo dato dal raggiungere una certa profondità o dal riuscire a visitare un particolare relitto, ma questo tipo di obiettivi sono raggiungibili solo grazie alla cooperazione di altri compagni di immersione. Il subacqueo aspetta chi rimane per ultimo e interrompe l’immersione se una persona non si sente bene o ha terminato prima degli altri l’aria della bombola. Se il desiderio di emergere e di gareggiare non è un elemento che caratterizza l’immersione, questo non vuol dire che chi pratica la subacquea non abbia il senso dell’agonismo, tipico di ogni essere umano e caratteristico della struttura psichica dello sportivo. Come sostiene De Marco “Egli esprime ciò in modo diverso, con differenti obiettivi. Il subacqueo lotta, si difende, combatte, aggredisce, ma il suo avversario è più l’ambiente che lo circonda che un suo collega. Il suo agonismo, indubbiamente atipico (in ciò paragonabile a quello degli alpinisti), è correlabile alla pericolosità dell’immersione”.

Spirito ribelle

La subacquea rappresenta un ribellarsi alle leggi della natura, alle regole della creazione che hanno assegnato il mare ai pesci e la terra agli uomini. Tramite una forma di isolamento autoimposto, il subacqueo riesce ad estraniarsi dalla società e forse anche in questo modo esprime il suo spirito ribelle. Groves sostiene che fino agli anni ’50 gli psicologi correlavano la partecipazione a sport pericolosi a nascosti desideri di morte con spostamento e rovesciamento dell’angoscia secondo la teoria freudiana e alla presenza di un eccesso di sentimenti di inadeguatezza e inferiorità. Negli ultimi anni questa visione si è modificata e oggi le teorie psicologiche vedono la partecipazione agli sport pericolosi come un desiderio di arricchimento, di accrescimento e di stimolo.

Un’esperienza di vita parallela

Secondo Antonelli, lo sport subacqueo è definibile come “un’esperienza di vita parallela” più che una vera disciplina sportiva. In base a questa affermazione, il subacqueo sembra ritrovare nel mondo sommerso qualcosa che non riesce a vivere o a soddisfare nella vita quotidiana. Pelaia dai colloqui clinici che ha svolto con sommozzatori di diverso ceto ed estrazione sociale, ha evidenziato che non è il mondo subacqueo reale a stimolare e ad attrarre il subacqueo, ma l’idealizzazione di esso. E’ la tendenza, comune a tutti i sub del suo studio, a soddisfare le esigenze di dinamiche inconsce a ricostruire, al di sotto del mare, il meraviglioso mondo delle esperienze primordiali. Questo aspetto è verificabile sul piano interpersonale quando, durante il “debriefing”, ogni subacqueo racconta di aver visto pesci, coralli o di aver provato delle sensazioni che molto spesso differiscono dalle esperienze e dai racconti degli atri subacquei come se ognuno avesse fatto un’immersione diversa. Anche sul piano intrapersonale la ripetizione da parte del subacqueo di un’immersione già effettuata, fa sì che affiorino nel campo percettivo elementi che la rendono diversa dall’esperienza vissuta in precedenza.

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Foto di Valerio Pascucci

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Foto di Valentina Villani

 

 

 

Vivere la profondità del mare si pone in stretto rapporto col bisogno di conoscere la parte più segreta di noi e, aiutati proprio dalla condizione dell’essere avvolti nel liquido, questa conoscenza riesce ad emergere e consolidarsi in maniera libera da filtri d’immagine. Varcare il mondo proibito, inizialmente spinti dall’esuberanza di essere più forti di ciò che ci circonda, ci conduce poi, alla scoperta di sentimenti umili, razionali e coerenti, che si esprimono attraverso il rispetto nei confronti della natura che ci ospita ma anche verso le proprie debolezze, paure e timori. Il mondo degli abissi è popolato da creature sconosciute che si lasciano avvicinare da creature sconosciute, questo è un richiamo primitivo che ha tracciato la crescita dell’uomo: scoprire e conoscere.

Dott.ssa Valentina Villani

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Empatia: basi neurobiologiche e aspetti clinico-culturali

EMPATIALa parola “empatia” deriva dal greco (empatéia, a sua volta composta da en, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”), quindi “sentire dentro”. Il termine è stato equiparato a quello tedesco Einfühlung, utilizzato nella seconda metà dell’Ottocento per descrivere il processo di immedesimazione nel campo dell’estetica. Per fare un esempio, nel pensiero del filosofo e psicologo tedesco Theodor Lipps, quando ci troviamo di fronte a un’opera d’arte e ci sentiamo improvvisamente coinvolti in essa, stiamo vivendo un’esperienza di immersione empatica in termini estetici.

Nei primi del Novecento il termine “empatia” è stato trasferito all’ambito della psicologia per indicare il modo attraverso cui percepiamo gli altri individui. In psicoanalisi indica sia una posizione di ascolto, che un tipo di risposta da parte dell’analista. Nel linguaggio comune indica la capacità di “stare nei panni dell’altro”, di immedesimarsi, di partecipare alle vicende dei propri simili.

Soltanto con Kohut e con la psicologia del Sé l’empatia assume un’importanza centrale. Ne “La cura psicoanalitica” (1984) Kohut definisce l’empatia come: “la capacità di pensare e sentire sé stessi nella vita interiore di un’altra persona. E’ la nostra capacità quotidiana di provare ciò che un’altra persona prova”.

Secondo Kohut la presenza di rapporti empatici nell’infanzia costituisce la condizione necessaria di uno sviluppo sano, in quanto tali rapporti forniscono alcune funzioni indispensabili come la possibilità di rispecchiarsi nell’altro, l’offerta di un oggetto idealizzabile tramite il quale il sé può attingere calma e forza e l’opportunità di sentirsi simili ad altri esseri umani. L’incapacità cronica di fornire queste funzioni da parte dei genitori, dovuta a debolezza o a deficit della loro personalità, può facilitare lo sviluppo di future patologie nel bambino.

L’empatia è un fenomeno molto complesso che per essere compreso necessita di differenti prospettive. Vorrei qui approfondire il punto di vista biologico per lo straordinario impulso che le ricerche in questo ambito hanno restituito al concetto di empatia.

Le recenti scoperte nell’ambito delle neuroscienze da parte di un gruppo di ricercatori di Parma guidati da Giacomo Rizzolatti hanno portato all’individuazione di un gruppo particolare di neuroni chiamati “neuroni specchio” che forniscono un substrato neurologico ai processi empatici e di immedesimazione.

Utilizzando dei macachi come soggetti sperimentali, questi ricercatori osservarono che alcuni gruppi di neuroni si attivavano non solo quando gli animali erano intenti a compiere determinate azioni, ma anche quando guardavano qualcun altro svolgere le stesse azioni.

Studi successivi, effettuati con tecniche non invasive, hanno dimostrato l’esistenza di sistemi simili anche negli uomini. I neuroni specchio permettono di spiegare fisiologicamente la nostra capacità di porci in relazione con gli altri. Quando osserviamo un nostro simile compiere una certa azione si attivano, nel nostro cervello, gli stessi neuroni che entrano in gioco quando siamo noi a compiere quella stessa azione, per questo motivo possiamo comprendere con facilità le azioni degli altri.

Sembrerebbe che il sistema dei neuroni specchio entri in azione soltanto quando il soggetto osserva un comportamento che egli stesso ha messo in atto in precedenza. Man mano che l’altro compie un’azione che si allontana in qualche modo dal repertorio di azioni che si possono effettivamente compiere, si riduce maggiormente la reazione dei neuroni specchio e quindi la possibilità di comprendere ciò che l’altro sta facendo.

Anche il riconoscimento delle emozioni sembra poggiare su un insieme di circuiti neurali che, per quanto differenti, condividono quella proprietà “specchio” già rilevata nel caso delle azioni. In accordo con questa ipotesi, studi neurofisiologici nell’uomo hanno evidenziato che quando osserviamo negli altri una manifestazione di disgusto o di dolore si attivano gli stessi circuiti neurali collegati alla percezione in prima persona dello stesso tipo di emozione. Se ci troviamo di fronte a un volto triste o viceversa vi scorgiamo l’indizio di un sorriso, ecco che una catena di neuroni si attiva nel nostro cervello mettendoci nella condizione di imitare nel nostro corpo e nella nostra mente l’emozione, la sensazione o l’atto in corso.

I moderni studi sulle basi neurali dell’empatia aiutano a chiarire i meccanismi sottostanti a un ampio spettro di disturbi neuro-psichiatrici: un deficit nella capacità di rappresentare le azioni o le intenzioni degli altri, quindi nella capacità di empatizzare emotivamente con gli altri, può avere un ruolo centrale in tutti quei disturbi psichici caratterizzati da una marcata difficoltà relazionale (Dionisi, 2014).

I neuroni specchio sembrano coinvolti anche nella strutturazione del legame affettivo primario e quindi nell’interazione più basilare, quella della diade madre-bambino. Imitare le emozioni della madre dà al bambino l’opportunità si avere un transitorio modello di identificazione, stabilendo con lei un contatto senza mediazioni, portando così dentro di sé i codici familiari e i linguaggi di interazione e di riconoscimento.

In base ai risultati dell’Infant Research, Beebe e Lachmann hanno concluso che l’interazione madre-bambino è caratterizzata da regolazioni continue.

Fin dai primi mesi di vita il bambino piccolo deve inevitabilmente affrontare una certa quota di stress nella relazione con la madre.

Questi stress si verificano perché per la madre o per il bambino è impossibile mantenere la regolazione reciproca nel corso di un’interazione completa. Questi stress ‘evolutivi’ sono normali, tipici e insiti nell’interazione (eustress). I dati più recenti, tuttavia, suggeriscono che l’esposizione precoce ad alterazioni del comportamento emotivo del genitore non permettono una corretta modulazione degli stati emozionali.

Lo studio delle capacità di fronteggiare eventi relazionali stressanti e di regolazione emozionale precoce, all’interno della relazione madre-bambino, costituisce uno degli ambiti di ricerca più interessanti nel campo dello sviluppo infantile.

Una delle procedure di osservazione per esaminare le reazioni a eventi stressanti da parte del bambino nel contesto della relazione con la madre, è l’esperimento del “Volto Immobile” (Still Face) di Tronick e collaboratori (1978).

In questa procedura che si applica a partire dai due mesi di vita, dopo una breve interazione normale viso-a-viso, alla madre viene chiesto di restare inespressiva e mantenere il suo volto immobile per due minuti circa, una situazione che chiaramente vìola in modo drastico le aspettative del bambino sulle risposte dell’altro. Il volto inespressivo della madre genera nel bambino una chiara reazione emozionale.

Alcuni bambini cercano di fronteggiare questa condizione attraverso operazioni di auto-regolazione, come la suzione, altri tentano di coinvolgere la madre, ad esempio allungando le braccia verso di lei.

Da questo punto di vista l’esperimento del “volto immobile” costituisce una condizione per valutare le differenze individuali nello stile di adattamento e regolazione emozionale del bambino piccolo di fronte allo stress relazionale.

I figli di madri maggiormente sensibili sono in grado di tollerare più adeguatamente la fase del “volto immobile”, presentando una varietà di meccanismi regolatori sia etero che auto-diretti.

D’altra parte i bambini di madri depresse, che in genere presentano una ridotta disponibilità emotiva nei confronti dei figli, tendono a manifestare strategie inappropriate, per esempio con il ricorso massiccio ad operazioni auto-regolatrici, con il ritiro nell’isolamento o con l’esplorazione disorganizzata. E’ stata messa a punto una scala che misura lo stile di coping (strategie con cui si fronteggiano le situazioni stressanti) del bambino, da “adattivo” (continui tentativi di fare segnali alla madre, attenzione temporaneamente spostata su qualcosa di diverso dalla madre) a “non-adattivo” (ritirarsi rannicchiandosi, perdita del controllo posturale e motorio, stato disorganizzato generale). Verso i 6 mesi si stabilizzano le differenze individuali nella modalità con cui si affrontano i problemi e il bambino comincia a manifestare uno stile di coping caratteristico. Queste differenze hanno un valore predittivo della qualità del legame di attaccamento valutata a 18 mesi di vita.

L’empatia dunque è alla base dell’intera vita sociale: attraverso l’imitazione e la cognizione degli stati d’animo altrui, essa rende solide le relazioni di accudimento, fa in modo che le relazioni affettive si consolidino creando coppie, famiglie e amicizie e rende possibili le più complesse relazioni che si hanno col mondo storico-sociale.

L’importanza della scoperta dei neuroni specchio ha indirizzato sempre di più la psicoterapia ad analizzare le relazioni affettive, le identificazioni e i modelli interiorizzati, al fine di risolvere i conflitti interni alla personalità.

Come nel processo evolutivo del bambino, l’obiettivo della psicoterapia è modificare e ampliare lo stato di coscienza del paziente, attraverso cambiamenti di significato a tutti i livelli, da quelli legati al corpo a quelli legati alla consapevolezza.

Come nella coppia madre-bambino, nella relazione terapeuta-paziente il significato è trasmesso con molteplici modalità (simboli, emozioni, corpo) e, pertanto, il terapeuta dovrà essere in grado di cogliere quale significato si sta co-creando in ogni momento specifico con il paziente.

Nel libro “Elogio dell’empatia” (2014) di Alessandro Dionisi, psichiatra e psicoanalista relazionale, viene dato ampio spazio a diverse dimensioni dell’empatia in aree differenti, da quella biologica a quella clinico-psicoterapeutica, a quella socio-antropologica, fino a quella filosofica. Ho incontrato il Dott. Dionisi per una breve intervista su questo tema, con lo scopo di ampliare il discorso sull’empatia nelle sue molteplici declinazioni.

Partiamo dal titolo. “Elogio dell’empatia” richiama il celebre “Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam. Quale nesso unisce il tuo lavoro sull’empatia all’opera del grande filosofo?

Questo scritto vuole essere anche, a distanza di 500 anni, una celebrazione del lavoro di Erasmo, uno dei grandi umanisti europei che segnano il passaggio dal mondo medioevale a quello rinascimentale, all’interno del quale trova spazio quello che è stato definito “umanesimo”. In esso si produce quel transito storico e culturale che sgancia l’uomo da una assoluta sudditanza al divino, per orientarlo in modo più autonomo verso la costruzione della propria storia. Ritengo fondamentale inserire oggi, nel vasto tema dell’umanizzazione, l’elemento ormai irrinunciabile dell’empatia, sul quale declinare e articolare la dimensione umana, vale a dire la nostra capacità di calarci nei punti di vista dell’altro, producendo così una relazione intersoggettiva che solo in tal modo può definirsi del tutto umana, nell’ottica di un procedere storico che si muova su un vettore evolutivo. In tal senso dobbiamo tenere presente che l’empatia può essere utilizzata in modo costruttivo o distruttivo. Nel primo caso utilizzo l’empatia a fini comunicativi, socializzanti e condividenti, per costruire qualcosa insieme all’altro, anche se ciò riguarda la sola dimensione comunicativa del comprendere e comprendersi. Comprendersi è infatti possibile solo nel momento in cui l’altro mi rimandi l’immagine che ha di me, e altrettanto per lui. Per fare un esempio metaforico, sappiamo che il nostro occhio può vedere ogni cosa all’esterno della nostra persona, ma non può vedere se stesso: per farlo deve osservarsi in qualcosa che lo rispecchi, per esempio nell’occhio di un altro individuo. Nel secondo caso, cioè ponendosi in modo distruttivo nella relazione, dopo aver intuito e “sentito” la dimensione emotiva altrui, la strumentalizzo utilizzandola esclusivamente per scopi del tutto personali, oscurando la soggettività dell’altro. In tal caso il comunicare (nel senso anche etimologico del ‘mettere in comune’), che generalmente può già iniziare come atto pre-linguistico e pre-simbolico in termini di evento non-verbale, abortisce fin da questo suo inizio.

Nel tuo lavoro clinico all’interno dell’Istituzione, come avviene il processo del calarsi nei bisogni del paziente e quali sono gli ostacoli o le interferenze che l’operatore può incontrare? Mi riferisco soprattutto ai casi in cui il paziente mostri una scarsa motivazione a lavorare su di sé, un bisogno eccessivo di controllare la relazione o una necessità di cancellare e quindi di evitare di affrontare determinate esperienze vissute, perché altrimenti si potrebbero riaprire ferite emotive ed esistenziali troppo dolorose.

L’esercizio dell’empatia in situazioni psicopatologiche molto impegnative, che richiedono interventi multidimensionali, non è né semplice né facile da realizzare. Una risposta più esaustiva a tale domanda la si può avere solo consultando ciò che viene trattato sul volume citato. In questa sede si può solo tentare una estrema sintesi su qualche aspetto essenziale. Senza dubbio una reciprocità empatica è in tali casi ancor più un punto di arrivo e transita attraverso un atteggiamento responsivo che tenga conto, oltre che della frequente avversività autoprotettiva dei pazienti, anche della forte discontinuità dei loro vissuti e condotte. Poiché per essi l’unico modo di percepirsi è nella discontinuità, solo l’offerta di una relazione che rispetti ciò, tollerandolo, può avere una qualche possibilità di successo, per aprire lentamente, nel tempo, contatti più ampi. All’interno di tali lunghi tempi di cura, sarà anche di estrema importanza fornire gli strumenti per modulare e correggere il loro concretismo, la disorganizzazione autoregolativa e la ridotta autoriflessività, nonché la difficoltà a fornire significati alle azioni e ai progetti, nell’aiutarli a vitalizzare una capacità di simbolizzazione generalmente molto ridotta, distorta e disfunzionale. Questa difficoltà sebbene non aiuti soprattutto la concettualizzazione e le capacità dialogiche, si rivela spesso ostacolante anche sulle conseguenze mentalizzabili delle stesse capacità percettive immediate. In tali condizioni, non c’è spazio per un’espressione diretta dell’empatia. Tale spazio può essere solo mediato e negoziato da una cauta successione di eventi relazionali. Appare evidente quanto l’uso di un’empatia costruttiva debba essere a lungo unidirezionale, dalla parte prevalente dei curanti.

Per uscire dall’ambito clinico, nel tuo libro concedi ampio spazio anche al rapporto tra empatia e cultura, offrendo al lettore spunti di riflessione sicuramente originali e una prospettiva che pur rimanendo nella dimensione dell’esperienza relazionale empatica, da te sottolineata come specificatamente umana, abbraccia poi posizioni più antropologiche e filosofiche. Da dove nasce l’esigenza di ampliare il discorso sull’empatia a vari e diversi ambiti?  

L’esigenza nasce dal voler esplicitare che le riflessioni sulla capacità empatica non sono rintracciabili soltanto nei termini di una caratteristica neurobiologica, né si confinano a un utilizzo soltanto clinico o didattico-educativo, ma informano di sé tutta la nostra cultura. Infatti, la dimensione empatica si radica già ontologicamente nella condizione di “umanità”, la quale è definibile come tale proprio in quanto utilizza il sentire, la sensibilità. Nella condizione di umanità esiste anche una costitutiva propensione etica, la quale senza una propedeutica empatica risulterebbe cieca e riduttiva. Il richiamo a Kant è inevitabile. Così come è ineludibile, nell’incontro di empatia e ‘mondo della vita’, appelli e rettifiche alla fenomenologia esistenziale, alla filosofia dei valori e allo storicismo, con Husserl, Heidegger, Merlau-Ponty, Dilthey, Levinas ed altri. Inoltre, una corretta considerazione e un uso utile della capacità empatica, possono risultare efficaci per eludere dicotomie e dualismi, i quali rappresentano ostacoli più che facilitazioni alla conoscenza. Infatti c’è un’evoluzione della concezione di empatia, nell’avvicinarsi progressivamente ad un suo ampliamento e completamento. A partire dagli anni ’60 (del novecento), empatizzare con qualcuno significava comprendere e riconoscere le sue emozioni e intenzioni, riuscendo a vedere ciò che lui sta vivendo dalla sua prospettiva. Dagli anni ’80, empatizzare significa anche provare un’esperienza di condivisione emotiva e di comprensione dell’esperienza dell’altro, dando quindi spazio sia a una componente cognitiva che a un’altra emotivo-affettiva, in modo tale che esse possano coesistere nel processo empatico. Quest’ultimo è seguito generalmente da un processo di mentalizzazione, il quale risulta tuttavia cronologicamente così vicino al primo movimento di sola empatia, da risultare ad esso contemporaneo. Pensarli troppo distinti e separati vuol dire parlare o di un essere umano decerebrato che può utilizzare solo il sentire senza coniugarlo con cognizione e motivazione, oppure descrivere una condizione psicopatologica di grave dissociazione tra le funzioni psichiche (autismo, catatonia…). Per chi esercita professioni di aiuto (psicoterapeuti, medici, infermieri, ecc.), empatizzare significa, in modo più ampio, provare ciò che l’altro prova, dando modo al soggetto di comprendere ciò che prova egli stesso (rispecchiamento empatico).

Per concludere, cito una frase del tuo libro che mi ha colpito per la sua semplicità e immediatezza, ma soprattutto per il suo contenuto così attuale sull’incomunicabilità. “Gli uomini, infatti, hanno spesso l’illusione di essere in rapporto tra loro ma propongono molto frequentemente prevalenti espressioni superficiali che, anziché creare un collegamento, aumentano la solitudine individuale e non riescono a legare un soggetto all’altro all’interno di attività soddisfacenti, verso scopi comuni, entro sintonizzazioni emotive ed affettive”. Oltre al messaggio già implicito in ciò che ho citato, quale messaggio più ampio vorresti trasmettere?  

Con l’assenza dell’empatia e della mentalizzazione ad essa associata, l’evento comunicativo tra le soggettività risulta molto superficiale, senza indirizzarsi verso le varie aree motivazionali dell’essere umano. Dialogare con l’emozione e la motivazione è senz’altro più esaustivo, per la comunicazione, che non il dialogo che utilizza e si indirizza riduttivamente su soli elementi ‘tecnici’ e razionali, all’interno dei quali può trovare maggiore spazio la menzogna e la mistificazione. Per dirla con le parole di A. de Saint-Exupéry: “Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini solo per raccogliere il legno e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito”. Qualora i rapporti intersoggettivi si strutturassero del tutto secondo i codici naturali di un’empatia costruttiva, si sarebbe meno orientati a proporsi disempaticamente contro l’altro e a definirsi su condotte con derive violente e distruttive. Senza utilizzare una comunicazione fondata su un’empatia costruttivamente orientata, il clima relazionale di cui ognuno fa esperienza si propone soltanto come trasmissione della propria mera verità diversa da quella altrui, senza tentativi di trasformazione di posizioni tenute spesso pregiudizialmente in opposizione, lontane da una cooperazione complementare e senza sapere a quale orizzonte esistenziale comune si possa appartenere, né quale orizzonte prospettico si possa costruire insieme. Il messaggio è indirizzato anche a tutti coloro i quali sono preda di confusione e scambiano l’empatia con un banale buonismo o con la semplice gentilezza e la cortesia formali, mentre queste ultime possono utilmente e principalmente costituire un possibile veicolo di un vero avvicinamento empatico. Altra direzione del messaggio è, poi, verso chi confonde la relazionalità empatica addirittura con posizioni simbiotiche o fusionali, quando invece il contatto empatico può servire per favorire, in personalità orientate verso l’equilibrio, un sufficiente avvicinamento comunicativo, una risonanza che configuri un’appartenenza almeno transitoria, la quale possa permettere poi una separazione ed una individuazione. Ci si può separare solo da una appartenenza, altrimenti ci si separa dal nulla e si troverà, di conseguenza, soltanto il nulla. E’ la direzione cui si è condannato l’esasperato individualismo consumistico e appropriativo della nostra società, globalizzata nell’indifferenza e nella discriminazione e spesso in esse radicalizzata.

Dott.ssa Valentina Villani

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Usa la scienza per smascherare le bugie: nuovi metodi integrati (Di: NeuroComScience)

3Cosa stiamo comunicando quando arricciamo il naso? Perché si sgranano gli occhi? Cosa significa aggrottare le sopracciglia? Attraverso il volto esprimiamo le nostre emozioni, ma non sempre è così facile decodificarle.

“Te lo leggo in faccia”, è un detto popolare. Capire invece con certezza gli intenti, i desideri e le motivazioni delle persone è una capacità meno comune che può però essere allenata.

Nel corso degli anni sono stati sviluppati da parte di numerosi studiosi diversi metodi e teorie sulla decodifica delle espressioni facciali e del linguaggio del corpo.

Strumenti innovativi e utilissimi in determinate professioni e anche nella normale vita di relazione. Una marcia in più che ancora pochi conoscono e che può fare la differenza in moltissimi campi, dalla selezione del personale al coaching, dalla psicologia alla vendita, dalla criminologia al marketing.

NeuroComScience in collaborazione con l’Università di Trieste sta integrando gli approcci teorici apparentemente opposti sulla menzogna e approfondendo il concetto di incongruenza. Durante gli esperimenti le persone vengono videoriprese e il loro comportamento viene analizzato in maniera approfondita.
Proponiamo alcune nozioni per smascherare i bugiardi, frutto della ricerca scientifica:

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Step 1 di 4: Fai attenzione al tuo modo di porti alla persona

  1. E’ buona pratica  nei primi minuti stabilire un’ottima relazione comunicativa con il bugiardo attraverso l’utilizzo del comportamento non verbale di apertura e di accoglienza.
  2. All’inizio sono opportune domande aperte e generiche che non implichino un secco “sì e no” come risposta, per poi incalzarlo in un secondo momento con domande più specifiche, cosidette chiuse. La relazione è fondamentale.
  3. Non interrompere mai il racconto di un bugiardo, ma cercare di sfruttare delle pause lunghe e silenziose per incoraggiarlo a svuotare il sacco.

Step 2 di 4: Analizza il parlato

  1. Estrapola le parole chiave, individuando il verbo e il soggetto che compongono il concetto.
    Es. “Sono stato al bar Rossi quando è successo l’episodio X”. Le parole “stato, bar Rossi, episodio” sono gli stimoli che suscitano reazioni emotive ovvero le informazioni.
  2. Presta attenzione sulle variazioni del parlato nelle domande e  sulla ripetizione delle parole
    SEI STATO IN QUEL BAR? NON SONO STATO IN QUEL BAR.
    La ripetizione della domanda, invece di una risposta con un semplice “no”, secondo Vrij, indica una probabilità maggiore di menzogna.

Step 3 di 4: Osserva il comportamento del volto e del corpo 

  1. Leggi le espressioni facciali
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Foto 1: Codifica: naso arricciato  (m.elevatore labiale superiore)
Decodifica: disgusto
Foto 2:Codifica: parte interna delle sopracciglia innalzate e avvicinate (m. frontale, parte centrale, e corrugatore);  tensione della palpebra (m.orbicolare dell’occhio)
Decodifica: tristezza
Foto 3: Codifica: parte interna ed esterna delle sopracciglia innalzate e avvicinate (m. frontale e corrugatore);
Decodifica: paura
  1. Riconosci i gesti del corpo
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Foto1: Codifica: una mano racchiusa nell’altra. Decodifica: apprensione Foto 2: Codifica: mani ad artiglio
Decodifica: aggressività
Foto3: Codifica: pugno
Decodifica: segno universale di rabbia, è presente anche nell’emozione dell’orgoglio
  1. Ascolta la voce

L’altezza e l’intensità della voce varia nelle emozioni.
Esempio delle variazioni di altezza.

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Step 4 di 4: Compara il verbale con il non verbale

  1. Osserva la corrispondenza dell’analisi del parlato e quella del non verbale.
  2. La tipologia di incogruenza più frequente sono i dubbi non esplicitati dal verbale (Vascotto&Legisa 2014).
  3. I dubbi non esplicitati dal verbale sono l’indicatore di probabilità di menzogna più forte. Quindi se vedete un’espressione di dubbio, come questa,
 12 si può trattare di:1) dubbio esplicitato dal verbale (con le parole es. credo, penso, forse, probabilmente ecc.), quindi non c’è l’incongruenza.2) dubbio non  esplicitato dal verbale, quindi si tratta di un’incongrunza.
Nelle menzogne le incogruenze aumentano di 4 volte tanto (Vascotto&Legisa 2014).

www.lab-ncs.com

 

 

 

 

 

 

Riflessioni sulla caducità

CaducitàL’uomo è da sempre afflitto dalla sua condizione mortale, una consapevolezza che tende, nel corso della vita, a nascondere a sé stesso cercando di ignorarla immergendosi nel lavoro e nelle diverse occupazioni e vivendo il più intensamente possibile.

In un breve saggio del 1916 intitolato “Caducità”, Freud, allora in vacanza sulle Dolomiti, prende lo spunto da un episodio in cui in una conversazione durante una passeggiata con due amici, aveva trattato il tema della caducità dei fenomeni. Freud sostiene che la caducità e la transitorietà dei fenomeni sono di certo innegabili, ma ciò non può sminuire il valore stesso della bellezza.

Così scrive: «Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato o potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato […]. Io non sapevo decidermi a contestare la caducità del tutto e nemmeno a strappare un’eccezione per ciò che è bello e perfetto. Contestai però al poeta pessimista che la caducità del bello implichi un suo svilimento […] I1 valore della caducità è un valore di rarità nel tempo […] Non riuscivo a vedere come la bellezza e la perfezione dell’opera d’arte e della creazione intellettuale dovessero essere svilite dalla loro limitazione temporale. […]. Mi pareva – prosegue Freud – che queste considerazioni fossero incontestabili, ma mi accorsi che non avevo fatto alcuna impressione né sul poeta né sull’amico. Questo insuccesso mi portò a ritenere che un forte fattore affettivo intervenisse a turbare il loro giudizio […] Doveva essere stata la ribellione psichica contro il lutto a svilire ai loro occhi il godimento del bello […] e poiché l’animo umano rifugge istintivamente da tutto ciò che è doloroso, essi avvertivano nel loro godimento del bello l’interferenza perturbatrice del pensiero della caducità». In altre parole, Freud conclude che l’operazione di svilimento della bellezza da parte dei suoi amici era dovuta a una elaborazione anticipata del lutto, per esempio per la perdita inevitabile della bellezza della gioventù. L’essere umano cerca di attenuare il godimento della bellezza per evitare il dolore che gli darà la sua perdita. Così facendo trascorre la sua esistenza senza accorgersene. Il pensiero della caducità è perturbante.

Sul tema del lutto scrive: “Noi sappiamo che il lutto per doloroso che sia, si estingue spontaneamente. Se ha rinunciato a tutto ciò che è perduto, ciò significa che esso stesso si è consunto, e allora la nostra libido è di nuovo libera (nella misura in cui siamo ancora giovani e vitali) di rimpiazzare gli oggetti perduti con nuovi oggetti, se è possibile altrettanto e più preziosi ancora”.

Freud risponde al poeta che non è la bellezza che morirà ma è l’uomo che scomparirà a causa della sua condizione umana. In quanto alla bellezza della natura, essa ritornerà a fiorire ogni anno dopo l’inverno e questo ritorno in rapporto alla durata della vita è un eterno ritorno.

Rispetto alla ciclicità e quindi all’eterno ritorno della natura, un bellissimo lavoro del fotografo David LaChapelle intitolato “La Terra Ride nei Fiori” ne illustra l’essenza in linea con il suo stile maleducato, ironico e scioccante, con gli schemi dell’arte pop e della critica sociale. Alla base del lavoro vi è l’espressione di una ricerca contro l’illusione della nostra civiltà occidentale e dei suoi idoli. Nature morte a tema floreale si mescolano ai simboli di una natura morta contemporanea fatta di cellulari, bicchieri di vino rotti, sigarette che si consumano, teste di plastica, bambole spezzate, flebo, carta igienica e prime pagine di giornali che annunciano catastrofi. I fiori, con i loro colori sgargianti, vengono visti come la sorridente risposta della Terra all’arroganza degli esseri umani che si illudono di poterla governare. Sono gli unici elementi che mantengono ancora un collegamento con la Natura e che resistono al centro della scena. Quella natura rappresentata dai fiori mantiene ancora il senso delle cose: vive e muore, per poi rinascere. Gli oggetti di contorno stimolano riflessioni sulla caducità delle cose, riportando l’attenzione sull’effimero e il superfluo, sull’assenza di valore e sulla bellezza falsa e artificiale.

Dott.ssa Valentina Villani

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Disturbo narcisistico di personalità

NarcisoSecondo la mitologia greca, Narciso fu talmente attratto dalla propria bellezza da rispecchiarsi nell’acqua fino a cadervi e annegare. Un’altra versione del mito vuole che egli si consumò dal dolore per non poter raggiungere la sua amata immagine riflessa nell’acqua fino a morirne e dal suo sangue nacque un fiore, che fu chiamato Narciso.

Gli individui con disturbo narcisistico di personalità hanno un’idea grandiosa di sé, un concetto irrealistico del proprio valore, e tendono a porsi obiettivi molto elevati. Nello stesso tempo non tollerano di essere criticati o messi in discussione, hanno un costante bisogno di ammirazione e approvazione, non riescono a trarre piacere dalle proprie attività e spesso provano sentimenti di tristezza, noia e indifferenza. A dispetto delle apparenze, la stima di sé in questi soggetti è molto instabile e le modalità con cui tentano di sostenerla sono proprio la pretesa di affetto e ammirazione e il rifiuto della critica. Immerso in fantasie di successo e potere illimitati, il paziente narcisista sopravvaluta le sue capacità e anche quando effettivamente raggiunge buoni risultati è in ogni caso insoddisfatto. L’invidia e il disprezzo sono sentimenti tipici di questi soggetti. Da un punto di vista interpersonale sono persone incapaci di sviluppare legami emotivi, poco sensibili ai bisogni altrui e incuranti dei sentimenti di chi li circonda.

Secondo i criteri del DSM-IV il disturbo narcisistico di personalità manifesta un quadro pervasivo di grandiosità, necessità di ammirazione e mancanza di empatia che è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque o più dei seguenti elementi:

1 – Ha un senso grandioso di importanza (esagera risultati e si aspetta di essere notato come superiore)

2 – E’ assorbito da fantasie di illimitato successo, potere, bellezza, fascino e amore ideale

3 – Crede di essere unico e speciale e di dover frequentare solo altre persone speciali o di classe elevata

4 – Richiede eccessiva ammirazione

5 – Ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, cioè l’irragionevole aspettativa di trattamenti di favore o di immediata soddisfazione delle proprie aspettative

6 – Sfruttamento interpersonale, si approfitta degli altri per i propri scopi

7 – Manca di empatia: è incapace di identificarsi con i sentimenti e le necessità altrui

8 – E’ spesso invidioso degli altri o crede che gli altri lo invidino

9 – Mostra comportamenti arroganti e presuntuosi

Il tipo di narcisista che si mette sempre al centro dell’attenzione, arrogante e invadente viene chiamato narcisista inconsapevole. Esiste poi un altro tipo di narcisista, più difficile da individuare chiamato ipervigile, che esprime la stessa esigenza di fondo, ovvero rafforzare la stima di sé, ma in maniera diametralmente opposta: appare schivo, timido, ipersensibile, inibito, pervaso da un senso di vergogna e paura ma silenziosamente grandioso. La sua estrema sensibilità al rifiuto lo induce a evitare di trovarsi in situazioni in cui è al centro dell’attenzione. A differenza del narcisista inconsapevole, l’ipervigile si caratterizza per il fatto di prestare una grande attenzione al prossimo in uno stato di costante attenzione alle critiche e alle opinioni altrui. Il narcisista ipervigile tende a offendersi con estrema facilità fino a sentirsi umiliato e ferito; per tale motivo i contatti sociali sono ridotti al minimo. Rosenfeld, riferendosi ai due tipi di narcisismo ha suggerito le espressioni “di pelle spessa” e “di pelle sottile”, mentre Cooper parla di forme overt e covert. Queste due tipologie si pongono agli estremi opposti di un continuum lungo il quale si inseriscono quadri con caratteristiche intermedie. Ciò che comunemente si osserva nella clinica è la diversa miscela di aspetti overt e covert nello stesso individuo.

Vi è un certo consenso tra i vari autori nel ritenere che alla base del disturbo narcisistico ci sia una grave fragilità nella stima di sé di fronte alla quale l’individuo reagisce in due diversi modi: tentare di impressionare gli altri ricercandone l’ammirazione allo scopo di rafforzare la propria autostima, oppure cercare di passare inosservato per sfuggire da tutte quelle situazioni che potrebbero ulteriormente diminuire la sua già scarsa stima di sé.

Secondo Kohut alla base di questo tipo di personalità c’è un fallimento empatico dei genitori che non sono riusciti a rispondere in maniera adeguata alle richieste naturali del Sé del bambino. La personalità dell’individuo rimane bloccata in quella fase arcaica dell’esistenza. Il bambino esprime i suoi due bisogni narcisistici fondamentali e naturali, ovvero quello di essere ammirato in seguito all’esibizione delle sue capacità in via di sviluppo e quello di formarsi un’immagine idealizzata dei genitori. La prima forma di narcisismo rappresenta il sano senso di onnipotenza e grandiosità del bambino (“sono perfetto e tu mi ammiri”), la seconda esprime invece il bisogno di sperimentare un senso di fusione con il genitore idealizzato (“sono perfetto e sono parte di te”). Tutti i fallimenti del genitore nel rispecchiare questi bisogni narcisistici del figlio, andranno a creare ferite permanenti nel nucleo dell’autostima del soggetto.

Secondo Kohut esiste uno sviluppo di personalità narcisistico che parte da uno stato originario di grandiosità arcaica per arrivare a un narcisismo più evoluto e sano su cui si costruiscono l’autostima e le sane aspirazioni. Il narcisismo secondo la sua ottica è una dimensione primaria della vita psichica caratterizzata da grandiosità e onnipotenza, tutte caratteristiche della mente infantile. In altre parole si tratta di un sé normale ma arcaico. L’evoluzione narcisistica della personalità consiste proprio in una ridefinizione di queste caratteristiche di onnipotenza e grandiosità. Alcuni esempi di narcisismo maturo sono la creatività, la capacità empatica, l’umorismo, l’ironia, la saggezza e la capacità di riflettere sulla propria caducità.

Nell’ottica kohutiana, è solo permettendo al paziente di ripercorrere le tappe evolutive che conducono al narcisismo maturo attraverso un rapporto empatico col terapeuta, che il paziente riesce gradualmente a moderare o trasformare il suo Sé grandioso. Il compito del terapeuta non è quello di frustrare questi bisogni narcisistici (bisogno di essere ammirato e bisogno di idealizzare e ammirare il terapeuta) interpretandoli come difese, ma quello di accettarli in quanto tali e di corrispondere in maniera empatica ad essi per permettere al Sé di svilupparsi.

Dott.ssa Valentina Villani

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Facebook, invidia e depressione

facebook invidia depressioneL’utilizzo di facebook è ormai diventato un’attività quotidiana per centinaia di milioni di persone. Alcuni ricercatori hanno approfondito da un punto di vista psicologico il modo in cui l’utilizzo quotidiano di Facebook incida sulla salute mentale dei suoi utenti.

Uno studio condotto presso l’università del Missouri e pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior ha suggerito l’ipotesi che se l’uso di Facebook scatena un sentimento di invidia verso qualcuno dei nostri amici, può portarci a manifestare addirittura sintomi depressivi. Nella ricerca condotta da Margaret Duffy, professoressa di comunicazione strategica, è stato coinvolto un campione di più di 700 giovani utilizzatori di Facebook e sono state riscontrate due principali modalità di utilizzo, da una parte quello “sano” con cui gli utenti si connettono con lo scopo di rimanere in contatto con vecchi e nuovi amici oppure con persone lontane, dall’altro una modalità distorta di confronto con gli altri finalizzato a sorvegliare chi sta meglio di noi. I ricercatori hanno scoperto che gli stati postati che hanno a che fare con vacanze costose, automobili nuove, successi lavorativi o rapporti felici, possono evocare sentimenti di forte invidia tra gli utenti che utilizzano Facebook in modalità di sorveglianza. Questi sentimenti di invidia possono poi portare a stati di depressione in questi soggetti. Nel campione di giovani analizzato vi è una maggiore frequenza di segnali e sintomi di depressione in questi soggetti rispetto al gruppo di soggetti che utilizzano il social network in maniera sana.

“Facebook può essere una risorsa molto positiva per molte persone, ma se viene usata come un modo per mettere a confronto le proprie realizzazioni rispetto a quelle degli altri, può avere un effetto negativo. E’ importante per gli utenti di Facebook conoscere questo tipo di rischi in modo da poter evitare questo tipo di comportamento quando si usa Facebook” dice la professoressa Duffy e conclude ricordando che Facebook costituisce una vetrina virtuale in cui tutti tendono a mettere in evidenza solo gli aspetti positivi della propria vita eludendo completamente i problemi o gli insuccessi e dando quindi una visione falsata della realtà.

Un altro ricercatore, Mai-Ly Steers dell’Università di Houston, ha condotto due studi per indagare l’impatto sulla salute psicologica del tempo trascorso su Facebook e del confronto sociale tra coetanei indotto dall’utilizzo del social network. Entrambe le ricerche hanno dimostrato che gli utenti di Facebook si sentono depressi quando si confrontano con gli altri soprattutto in merito alla realizzazione personale e alle attività svolte. Ciò non significa che Facebook provoca depressione, ma che la sensazione di depressione, il tempo trascorso su Facebook e il confronto tra se stessi e gli altri procedono in maniera parallela.

Uno dei pericoli è che Facebook ci offre molte opportunità per confrontarci socialmente. Non si può controllare l’impulso al confronto perché non si può sapere in anticipo che cosa gli amici pubblicheranno sulla propria pagina personale.

Steers riferisce che le persone con difficoltà emotive possono essere particolarmente esposte ai sintomi depressivi legati al confronto sociale su Facebook. Per gli individui già in difficoltà, il confronto con l’immagine di una realtà distorta da parte di amici che mostrano solo gli aspetti positivi della propria vita, può farli sentire soli nei propri conflitti interiori e aumentare i sentimenti di solitudine e isolamento.

Dott.ssa Valentina Villani

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La solitudine e l’isolamento

SolitudineCosa distingue la solitudine dall’isolamento?

Nella solitudine si continua a essere aperti al mondo delle persone e delle cose, anzi, c’è una nostalgia e un desiderio di mantenersi in una relazione significativa con gli altri. Ci si può sentire soli anche se fisicamente si è con l’altro o con una moltitudine di altri. La scelta della solitudine rappresenta una scelta forzata, un ritiro rispetto a un’idea di incapacità di sostenere l’altro. Un soggetto in solitudine è in effetti un soggetto che soffre. Ogni individuo deve fare i conti con la propria solitudine, vale a dire deve entrare in contatto con ciò che è più intimo a se stesso, entrare in relazione con tutte quelle parti di sé che sente estranee e nemiche e da cui tenta di sfuggire.

D’altra parte nell’isolamento non c’è alcuna relazione con l’altro, si è chiusi in se stessi, ci si allontana dal mondo rifiutando ogni forma di dialogo e di comunicazione. Non si vuole, e spesso non si è nemmeno liberi, di uscire da una condizione di isolamento totale, non ci sono più speranze né esperienze che si aprano al futuro, la solidarietà con gli altri diventa impossibile. Nell’isolamento si diviene estranei a se stessi e agli altri, finendo con l’essere in qualche modo stranieri non solo in patria ma anche in famiglia. La scelta dell’isolamento può essere dettata da un’esigenza immaginaria irrinunciabile di costruzione di una pseudo-realtà in cui un soggetto sperimenta un’idea di libertà. Un esempio attuale è l’utilizzo di Internet, dove non manca la possibilità di instaurare pseudo contatti e amicizie o amori virtuali che danno l’illusoria sensazione di essere inseriti nel mondo. Con l’isolamento si sceglie di escludere l’altro, di innalzare un muro tra se stessi e gli altri. Questa modalità consente di preservare un’immagine di sé ideale, non sfiorata dal confronto che potrebbe svilirla o renderla vulnerabile. Con l’isolamento si concretizza un ritiro dall’altro in generale senza passare per la solitudine, diventa una modalità per non fare i conti con la solitudine.

Cosa può spingere ciascuno di noi in questa prigione senza porte né finestre? Cosa ci allontana dagli altri? Le cause dell’isolamento sono diverse: la malattia, in particolare la depressione, la mancanza o la perdita di persone amate alle quali si accompagnava il senso della vita, la dissolvenza di ruoli sociali significativi, ma anche conflitti personali, egoistici o narcisistici che non hanno a che fare con una sofferenza psichica ma con aridità di cuore, deserti emozionali, indifferenza, con l’incapacità o l’impossibilità di vivere e condividere gioie, dolori, tristezze e inquietudini insieme all’altro.

Non è facile riconoscere la traccia spesso invisibile della solitudine, non solo in persone che ci sono sconosciute, ma anche in persone che ci sono familiari e che vivono, al di là delle apparenze, nella loro dolorosa e segreta condizione di solitudine. L’ascolto delle parole inespresse, il linguaggio dei volti e dei gesti, quello che si sostituisce alle parole, può aiutare a evitare di confondere una condizione di solitudine sofferta e nostalgica con una condizione di voluto isolamento.

La solitudine può assumere sfumature di colori cupi quando è legata alla perdita, all’abbandono e all’isolamento. E’ qui che si può osservare quanto questo sentimento sia intimamente legato al proprio senso dell’identità. L’identità si struttura infatti fin dall’infanzia attraverso la paura e l’incertezza dell’abbandono della madre. Ci si spaventa della solitudine proprio perché è sovrapponibile allo stress emotivo da separazione. E’ come se il proprio valore dipendesse dal riconoscimento e dall’accettazione da parte dell’altro.

Mentre nella separazione e nell’abbandono il vuoto è determinato dalla perdita reale della persona amata, nella solitudine questo vuoto sembra non poter mai essere colmato, essendo determinato dall’impossibilità a stabilire contatti profondi e significativi con le persone care.

La solitudine non è soltanto nostalgia acuta di relazione, desiderio di relazione, ma anche una dimensione essenziale di ogni relazione che tenga presenti la solitudine in chi parla e quella di chi ascolta, l’una intrecciata nell’altra. Come il silenzio, la solitudine è un’esperienza interiore che ci aiuta a vivere meglio la nostra vita facendoci distinguere ciò che è essenziale da ciò che non lo è.

La solitudine voluta e ricercata rappresenta la volontà di stare con se stessi, incoraggia lo sviluppo dell’interiorità, predispone alla creatività e alla nascita del nuovo. E’ anche la solitudine dell’asceta o di chi, nella quotidianità, sente il bisogno di ricercare un momento suo per recuperare le energie o per ritrovare quella parte di sé affannata dagli eventi della vita . In questi casi diventa una scelta, uno stile di vita che alimenta esperienze con un senso più profondo. Rimanere soli di fronte a una decisione importante a volte diventa necessario per ritrovare un autentico dialogo con i propri bisogni.

Il percorso di una psicoterapia o di una farmacoterapia o, più in generale, della cura, è orientato a liberare la persona da una condizione di isolamento trasformandola in solitudine. L’isolamento non è altro che una solitudine mascherata, creare il passaggio da una condizione all’altra e riempire l’esperienza di contenuti emozionali è fondamentale.

La cura, oltre ai casi in cui si ritengano necessari i farmaci, si basa sul dialogo e sull’ascolto, sull’introspezione, sull’immedesimazione, sulla partecipazione emotiva, sulla gentilezza e sulla solidarietà, su parole che nascono dal silenzio e dalla solitudine. La creazione di una relazione in cui ci sia un dialogo vivo e vibrante è una condizione indispensabile. Il paziente ha bisogno di sentirsi ascoltato e accolto nella sua debolezza, non giudicato e oggettivato ma riconosciuto nella sua interiorità. Non c’è cura se non nel contesto di una relazione interpersonale che rimetta ogni volta in discussione il modo di sentire e di vivere sia di chi cura che di chi viene curato e nella quale l’obiettivo è la ricerca di un senso comune. Una buona relazione è possibile quando ognuno sente di aver costruito per sé uno spazio in cui potersi muovere liberamente e permettere anche all’altro di poter fare altrettanto. Solo la conoscenza e l’esperienza del dolore dell’anima consente al terapeuta di intuire e sentire cosa si svolga nel segreto di un’interiorità lacerata e, nello stesso tempo, cosa possa essere d’aiuto per il paziente. Le parole che curano contengono tracce talora indicibili della sofferenza. A questo proposito Emily Dickinson in una sua breve poesia esprime questo concetto:

“Ad un cuore spezzato

Nessun cuore si volga

Se non quello che ha l’arduo privilegio

D’avere altrettanto sofferto.”

Dott.ssa Valentina Villani

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Manager di successo? Empatia, gentilezza e Mindfulness

MindfulnessQual è l’atteggiamento giusto per creare una carriera o più in generale per avere successo nella vita? Dopo anni di manager “business oriented” pronti a sacrificare tutto per la vita professionale, oggi sulla base di ricerche scientifiche in materia di neuroscienze, si parla di integrazione tra corpo e mente, di consapevolezza e di armonia come mezzi per sviluppare la carriera che si desidera e per migliorare la qualità della vita. Un bravo manager è quello che nei rapporti con le persone è in grado di utilizzare gentilezza ed empatia, che si sviluppano anche grazie alla pratica costante di Mindfulness.

Il termine Mindfulness significa “attenzione consapevole”. Si tratta di dirigere la propria attenzione in modo volontario su ciò che accade nel proprio corpo e intorno a sé, momento per momento, osservando la propria esperienza per quello che è, senza criticarla o valutarla. La pratica di questo atteggiamento della mente deriva dal buddismo theravada e il suo utilizzo da parte della medicina occidentale risale agli anni ’70 negli Stati Uniti. Mindfulness è una forma di meditazione in cui viene posta attenzione nel momento presente a quattro elementi:

  • Il proprio corpo;
  • Le proprie percezioni sensoriali a livello fisico, fisiologico e psicologico;
  • Le formazioni mentali come la rabbia o il dolore;
  • Gli oggetti della mente, ovvero ciò che provoca determinate reazioni emotive (si è arrabbiati con qualcuno o per una determinata situazione…).

L’osservazione di questi elementi della propria esperienza avviene in uno stato di calma nella quale viene sospeso ogni giudizio o resistenza, nel quale si accetta ciò che viene osservato per quello che è, consentendo ai cambiamenti di avvenire in modo del tutto naturale.

La pratica costante della mindfulness si è dimostrata efficace nella riduzione dello stress, nel sollievo dei sintomi fisici connessi a malattie organiche, nella promozione di profondi cambiamenti dell’atteggiamento, del comportamento e della percezione di sé stessi, degli altri e del mondo. Tutto ciò si traduce in una maggiore capacità di fronteggiare le situazioni difficili, nel maggiore potere di gestione dei conflitti e dei problemi, in una nuova capacità della mente di sostituire le emozioni distruttive con modi di essere più costruttivi.

Ne hanno parlato Caroline Welch e Daniel Siegel, esperti di Mindfulness in uno degli incontri organizzati da una business school americana.

La Welch spiega che la chiave sta nell’equilibrio tra carriera e vita privata e la pratica di Mindfulness favorisce questa integrazione che crea benessere diventando “una sorta di coperta protettiva contro lo stress”. Applicata alla vita professionale, la consapevolezza (Mindfulness) è utile per trovare un significato personale a ciò che si intende per “successo”, per affrontare le novità, da quelle di natura tecnologica a quelle di organizzazione pratica, per una migliore collaborazione con i partner di vita e di lavoro, accettando le diversità e riducendo i conflitti.

Daniel Siegel, psichiatra e direttore del Mindsight Institute, sostiene che la qualità della vita dipende in gran parte da come gestiamo emozioni, comportamenti e pensieri e dalla capacità di regolare i processi che avvengono dentro di noi e in relazione agli altri. Un bravo manager, oltre a competenze razionali e conoscenze di contenuto , è prima di tutto una persona che, conoscendo bene se stessa, sa agire con consapevolezza, regolando ciò che accade dentro di sé e nello stesso tempo ciò che accade nella relazione con gli altri.

Essere “Mindful” significa poter provare emozioni intense senza però reagire in maniera impulsiva. La regolazione, ovvero la capacità di bilanciare sensazioni, pensieri e percezioni, è il risultato di un processo che inizia con la gentilezza, che si sviluppa inizialmente verso se stessi per poi rivolgersi al mondo esterno, partendo dalle persone intime, per poi passare ai conoscenti, fino ad arrivare agli sconosciuti o alle persone con cui siamo in contrasto.

Le pratiche di Mindfulness aiutano la mente a liberarsi dai pensieri automatici e ansiosi rendendola lucida e capace di accedere alle risorse cognitive ed emotive, mantenendo tra queste un efficace equilibrio. In particolare aiuta coloro che hanno responsabilità dirigenziali ad essere di ispirazione per il personale, a dare fiducia attraverso un dialogo continuo, a creare le condizioni per la crescita e la leadership degli altri, ad ascoltare con attenzione dando risposte consapevoli e non stereotipate, a una condizione di apertura creativa nelle proprie risposte, ad affidarsi alla propria saggezza intuitiva. Questa particolare modalità di porre attenzione diventa una progressiva e stabile trasformazione del nostro modo di essere, una nuova abitudine mentale che può essere applicata non solo alla vita professionale, ma anche ai diversi contesti della vita quotidiana, sia nei momenti facili che in quelli difficili.

Dott.ssa Valentina Villani

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Il gioco dei bambini

GiocoForse si può dire che il bambino impegnato nel gioco si comporta come un poeta in quanto si costruisce un suo proprio mondo o, meglio, dà a suo piacere un nuovo assetto alle cose del suo mondoFREUD, Il poeta e la fantasia.

Nel suo libro “Gioco e realtà”, Winnicott parla di bambini “perduti” nel gioco e definisce lo spazio-tempo del giocare un’area che non ammette intrusioni. In questo modo il bambino può svincolarsi dall’idea di essere tutt’uno con la madre e andare pian piano incontro all’esperienza autonoma. In quest’area intermedia, tra se stesso e il mondo esterno (che Winnicott chiama area transizionale), il bambino si serve spesso di oggetti come l’orsacchiotto o il lembo di una copertina per avventurarsi da solo nella realtà. L’attaccamento a questo oggetto transizionale agisce come una sorta di ponte che rende meno traumatico il distacco dalla madre e, soprattutto, permette al bambino di affrontare i sentimenti di ansia in alcune situazioni particolari come il momento della nanna.

Per Winnicott il gioco è sempre un’esperienza creativa “grazie alla sospensione del giudizio di verità sul mondo, a una tregua dal faticoso e doloroso processo di distinzione tra sé, i propri desideri e la realtà”. In questo modo, attraverso un atteggiamento ludico verso il mondo, in questa area intermedia tra il soggettivo e l’oggettivo, può comparire l’atto creativo che permette al soggetto di essere a contatto con il nucleo del proprio Sé.

Gli atteggiamenti interiori dei genitori esercitano sempre una grande influenza sui figli: la loro predisposizione mentale nei confronti del gioco, l’importanza che vi attribuiscono e il loro coinvolgimento hanno potenti effetti sul bambino. Se i genitori considerano il gioco infantile con autentico interesse personale e non semplicemente con tolleranza e rispetto, l’esperienza del gioco fornirà al bambino una solida base sulla quale costruire il rapporto con loro e, successivamente, con il mondo. Solitamente l’adulto ha più facilità a sentirsi coinvolto in giochi più maturi e complessi come gli scacchi o il calcio, che non in giochi di livello più semplice come costruire torri con mattoncini di legno, cavalcare il manico di una scopa o giocare con le macchinine. In realtà il termine “gioco” copre due diverse forme di attività corrispondenti a due distinti stadi di sviluppo.

Il gioco proprio dell’infanzia è quel tipo di attività del bambino piccolo caratterizzato dalla libertà da ogni regola, eccetto quelle imposte dal bambino stesso (quindi soggette a continue modifiche), dall’impiego della fantasia e dall’assenza di qualunque finalità.

Il gioco del bambino più grande e dell’adulto invece è solitamente competitivo, caratterizzato da regole spesso imposte dall’esterno, dall’esigenza di utilizzare il materiale di gioco nel modo previsto e non secondo la propria fantasia e da uno scopo come ad esempio vincere la partita. Proprio perché comporta una struttura precisa e certi aspetti di competizione, il gioco in cui è prevista una gara è più affine alla nostra idea adulta di passatempo ed evoca immediatamente in noi un senso di empatia, per questo motivo ci viene più facile capire il senso e l’importanza di questo tipo di gioco rispetto a quello più libero del bambino piccolo.

Riuscire a sentirsi emotivamente coinvolti nei giochi dei bambini piccoli allo stesso modo di quelli praticati da adulti permette di riconoscere e apprezzare in maniera spontanea l’importanza del gioco e di colmare la distanza tra mondo infantile e mondo adulto. La partecipazione con interesse autentico ai giochi dei bambini ben presto rivela il senso che hanno per chi li prende sul serio, altrimenti appaiono come una serie di gesti sciocchi e casuali.

Ad esempio giochi come Mosca cieca affrontano esperienze molto importanti. Al livello più semplice rappresentano tentativi di cavarsela senza il senso della vista in una condizione di perdita di orientamento. E’ la stessa esperienza di quando di notte dobbiamo muoverci in una stanza al buio. La paura del buio è una delle più antiche e paralizzanti paure dell’uomo. Attraverso il gioco, viene riprodotta questa esperienza in maniera ludica, dando modo al bambino di sentirsi in grado di padroneggiare la sua paura del buio in un modo nuovo. Lasciandoci bendare gli occhi, inoltre, sperimentiamo le buone intenzioni degli altri che non si approfittano di noi mentre non siamo in grado di vedere ciò che fanno. Il gioco della Mosca cieca ci rassicura circa la bontà del nostro ambiente, quindi sulla buona fede del prossimo e sulla costanza degli oggetti. In altre parole, nel gioco della Mosca cieca è contenuto un insegnamento di cui tutti i bambini hanno bisogno per superare la loro angoscia primaria: la paura dell’abbandono e del buio. Per un lungo periodo il lattante ha bisogno della costante presenza fisica della madre per essere rassicurato. A poco a poco il senso di sicurezza derivato dall’attendibilità delle cure materne prolungherà i suoi effetti nel tempo e al bambino basterà la sensazione che la madre ritornerà sempre nel momento del bisogno. Questo gli consente di sentirsi al sicuro anche quando la mamma non è fisicamente presente.

Ciò che è importante sottolineare è che quando i genitori provano autentica empatia per lo speciale significato che il gioco riveste per il figlio, già questo ha un effetto estremamente positivo sul bambino, anche se non giocano molto con lui. Ciò di cui il bambino ha bisogno è l’autentico riconoscimento emotivo dell’importanza delle sue attività, così che esse assumano un significato ancora più profondo. Le continue richieste di giocare con lui rappresentano un tentativo di convincersi, grazie alla nostra attiva partecipazione, che quello che fa è importante anche per noi. Nel momento in cui il bambino riceve questo messaggio sia a livello cosciente che inconscio con una forza tale da placare i suoi dubbi inconsci sulla validità delle sue attività, allora avrà meno bisogno della partecipazione fisica ai suoi giochi.

Un esempio famoso tratto dalla letteratura ci conferma come non sia necessario che gli adulti partecipino direttamente ai giochi dei bambini per rafforzarne l’importanza, purché li guardino con piacere, rispetto e approvazione. Il più lontano ricordo di Goethe, riportato nell’introduzione della sua famosa autobiografia Poesia e verità, riguarda un episodio in cui si era messo a lanciare dalla finestra prima alcuni suoi vasetti di terracotta e in un secondo momento i piatti di casa. I von Ochsenstein, vedendo la scena e accorgendosi che ci prendeva gusto, risero e gridarono “Ancora!” e Goethe soddisfatto continuò gettando dalla finestra tutti i suoi vasetti e una volta finiti, anche le stoviglie di casa.

Freud nel suo scritto “Un ricordo d’infanzia tratto da Poesia e verità di Goethe”, ipotizza che Goethe stesse simbolicamente agendo la sua collera nei confronti della sorellina e il desiderio di estromettere di casa la pericolosa usurpatrice. L’esempio ci mostra come qualunque oggetto, anche il più comune, possa aiutare i bambini a esprimere simbolicamente i loro più profondi e difficili problemi, purché gli si dia piena libertà di usare tali oggetti a loro piacimento. Ci dimostra inoltre come i bambini, se lasciati a se stessi, sappiano trasformare in un’attività densa di significato quella che all’inizio sembrava un’attività senza senso. Solo nell’istante in cui il primo piatto si fracassò sulla strada nella mente del piccolo Goethe balenò l’idea “Ecco a cosa volevo giocare!”. E infatti batté le mani dalla gioia per l’improvviso riconoscimento di ciò che cercava e che allo stesso tempo dava sollievo alle sue tensioni liberandolo dal suo stato di collera. Fu probabilmente l’approvazione dei fratelli von Ochsenstein, personaggi in vista nella città e buoni amici di famiglia, a consentire al piccolo Goethe di ampliare la portata del suo gesto passando a scaraventare fuori dalla finestra anche le stoviglie della madre. In tal modo la puniva simbolicamente per essere stata la causa della sua sofferenza, liberandosi così della collera provata verso di lei. L’approvazione di quegli adulti autorevoli e il divertimento con cui avevano guardato la sua azione gli ridiedero la fiducia di essere pur sempre ritenuto degno di stima. Aveva trovato un pubblico diverso dai suoi genitori che gli confermava come il suo modo di far fronte alla sofferenza fosse effettivamente giusto e accettabile. In altre parole, essendosi in buona misura liberato attraverso il gioco dai conflitti che lo affliggevano, grazie a questo incoraggiamento esterno si sentì in grado di continuare con rinnovato ottimismo la sua vita. Furono proprio la loro comprensione e il loro apprezzamento, non una loro partecipazione fisica al gioco, a consentire a Goethe di padroneggiare a livello simbolico un’esperienza troppo opprimente per poterla affrontare direttamente.

Quante probabilità esistono che un’esperienza del genere possa ripetersi oggi?

All’atto pratico probabilmente ci saremmo preoccupati un pochino di più dei piatti e un pochino di meno del bambino e avremmo pensato che, se si lascia correre di fronte a un comportamento così distruttivo, chissà a quali terribili conseguenze si andrà incontro. Come ci insegna la storia di Goethe, i bambini hanno bisogno di “buttare fuori” le cose e il gioco spontaneo è il modo migliore per farlo. Oggi, mentre si accetta facilmente l’idea che l’adulto abbia bisogno di “buttare fuori” le emozioni, se a cercare di farlo, anche attraverso manifestazioni di collera, sono i bambini, ecco che gli adulti intervengono prontamente a reprimere tali tentativi. Il risultato è che episodi del genere, invece di diventare ricordi lieti, custoditi con piacere da grandi e bambini per il fatto che l’approvazione dell’adulto aveva rafforzato la stima di sé e il senso del benessere del bambino, oggi tendono a trasformarsi in ricordi colpevolizzanti e carichi di rancore che allontanano genitori e figli. Frustrati per ciò che riguarda le loro intenzioni inconsce e rimproverati per le loro azioni, i bambini imparano ben presto a rimuovere ogni sentimento che possa provocare in loro impulsi distruttivi. Ma i sentimenti di collera non scompaiono; o trovano sfogo in qualche altro comportamento dove il significato non sarà altrettanto trasparente e l’atto risulterà quindi poco omogeneo rispetto alla sua causa, oppure la collera verrà rimossa continuando però a covare nell’inconscio.

Dovremmo partire dal presupposto che qualunque cosa faccia un bambino, per quanto stravagante o stupida possa apparire la sua condotta, ha sempre ottimi motivi per comportarsi come si comporta. E anche se non riusciremo a comprenderla subito o del tutto, la nostra buona volontà ci aiuterà in questo lavoro. In questo modo possiamo comprendere meglio nostro figlio, fargli del bene e migliorare i rapporti con lui invece di trasmettergli l’idea che le sue azioni sono stupide e per questo motivo vanno impedite o punite. A sottolineare quanto sia importante l’intima simpatia degli adulti rispetto ai giochi dei bambini, Goethe fa seguire al racconto di quell’episodio la descrizione di come lui e la sorellina fossero soliti giocare ai piedi della nonna, o, se era malata, sul suo letto, sottolineando quanto fosse importante per loro il fatto che la nonna ne provasse un genuino piacere e li incitasse con così tanta benevolenza a giocare.

Dott.ssa Valentina Villani

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Musica: emozioni e attese

Musica e emozioniLa musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofiaLudwig van Beethoven.

Nessuna arte, per quanto apprezzata e seguita, può evocare emozioni così intense come quelle attivate dalla musica. Perché? Cosa la rende così potente? A quali parti di noi parla così forte? E in che modo?

Partiamo innanzitutto dalle strutture cerebrali coinvolte nella relazione musica-emozione. Sicuramente l’amigdala gioca un ruolo fondamentale. L’amigdala è un gruppo di strutture interconnesse poste sopra il tronco cerebrale, vicino alla parte inferiore del sistema limbico, il circuito attraverso cui passano le emozioni nel cervello. Ancora prima che ci sia un’elaborazione da parte della corteccia, l’amigdala riceve rapidi input direttamente dal talamo e dall’ipotalamo e ha un ruolo chiave nella reazione istintiva ai messaggi impliciti contenuti nella musica. Ciò spiega perché le risposte immediate agli input musicali come ad esempio la commozione all’ascolto di un brano particolare avvengano ancora prima della reazione della corteccia agli input musicali stessi.

L’ascolto della musica sembra stimolare anche il rilascio di endorfine coinvolgendo il sistema limbico che contiene un gran numero di recettori per gli oppioidi endogeni.

Esiste un sottile scambio emotivo e fisico tra ascoltatore, esecutore e il resto del pubblico. Una delle caratteristiche dei concerti e delle performances dal vivo è che si ascolta sia con la propria energia che con quella collettiva. L’aumento dell’attenzione da parte del pubblico crea un intenso campo energetico che può esercitare una notevole influenza sia nella produzione dei suoni, sia negli effetti sul corpo e sulla mente dei presenti. Gli effetti vitalizzanti della musica sono tanto più forti quanto più siamo disposti a fare esperienza e ad abbandonarci alle sue vibrazioni, mentre diminuiscono in relazione a eventuali chiusure mentali, pensieri critici, impazienza o distrazioni.

Vediamo ora di rispondere ai quesiti iniziali partendo dal caso più semplice da spiegare: certi brani musicali sono legati a momenti significativi della nostra vita che a loro volta suscitano un’emozione. In questo caso sono i ricordi più che la musica ad evocare l’emozione.

Ma una musica può evocare emozioni anche quando viene ascoltata per la prima volta, senza essere legata a precedenti esperienze. Accade spesso che ascoltatori diversi per sesso, ceto sociale, scolarità, esperienza, cultura, educazione musicale e gusti personali giudichino nel medesimo modo una stessa musica al primo ascolto attribuendole sensazioni di allegria, tristezza, malinconia, angoscia o serenità.

Gli effetti emotivi della musica sono prodotti dalle note e dal ritmo.

Il ritmo è la velocità, in termini musicali il “tempo”, e si misura in battiti al minuto. Tempi inferiori a 60 battiti al minuto hanno un effetto tranquillizzante, sotto i 30 l’effetto diventa addirittura deprimente, mentre a partire da 80 battiti in su l’effetto è attivante. Questi valori fanno riferimento all’attività cardiaca umana, che in condizioni di veglia a riposo si aggira intorno ai 70 battiti al minuto. La frequenza cardiaca di una mamma ha effetto sullo stato d’animo del bambino che è tranquillizzato da frequenze normali o lievemente più lente che gli comunicano che la mamma sta bene ed è tranquilla, mentre frequenze più alte indicano che la mamma è all’erta o in ansia. Questa risposta emotiva alla frequenza di suoni ritmati ce la portiamo dietro per tutta la vita.

Per quanto riguardagli effetti emotivi delle note, potrebbe essere utile comprendere perché determinate note suonate insieme (accordi) o una dopo l’altra (melodia) vengono percepite come allegre, mentre altre come tristi. Le motivazioni sono in parte di origine culturale ma in altra parte innata. Per fare un’estrema sintesi e semplificazione di complesse nozioni di fisica e fisiologia acustiche, ci basta qui riportare che un accordo o una melodia vengono percepite tanto più gradevoli o consonanti quanto più semplice è il rapporto fra le loro frequenze. La maggioranza delle canzoni di successo “facili” da ascoltare e orecchiabili al primo ascolto è costituita proprio sugli accordi le cui note fondamentali si trovano fra loro in rapporti semplici (es. Do, Sol e Fa; Mi, Si e La).

Ciò che qui ci interessa è chiederci perché. Perché le note che sono in rapporti di frequenza semplici fra loro ci risultano più gradevoli di quelle con rapporti complessi?

I suoni che istintivamente ci provocano paura sono rumori prodotti in natura da eventi potenzialmente pericolosi come terremoti, esplosioni, frane o fulmini. Sono in sostanza tutti suoni che contengono un gran numero di armoniche che stanno fra loro in rapporti di frequenza casuali e quindi complessi e disordinati. E’ ipotizzabile che il nostro sistema nervoso sia predisposto a considerare allarmanti suoni di questo tipo e che, per contrasto, trovi gradevoli i suoni che stanno tra loro in rapporti semplici e non caotici, che trasmettono quindi una sensazione di tranquillità o quanto meno assenza di pericolo.

Un altro elemento importante rispetto agli effetti emotivi della musica è quello relativo agli accordi maggiori o minori. Le note crescenti hanno generalmente un effetto rallegrante e attivante mentre quelle calanti vengono percepite come tristi o deprimenti.

Anche in questo caso, senza entrare nel discorso specifico degli accordi maggiori o minori, la domanda è: perché?

I suoni calanti sono tipicamente emessi da animali sofferenti o moribondi. Probabilmente il nostro sistema nervoso prima di imparare a parlare e quindi a livello di suoni non verbali della comunicazione primordiale, ha imparato a utilizzare i lamenti per esprimere sofferenza, lamenti che hanno un andamento tipicamente calante. Di contro, tutti i suoni che esprimono gioia o allegria hanno una tonalità crescente. Gli accordi maggiori e minori rievocano quindi a livello inconscio le emozioni connesse a questo tipo di comunicazione non verbale.

Secondo Theodor Adorno l’ascolto musicale si consuma in un gioco di attesa legata da un lato alla prevedibilità e dall’altro alla novità che l’evento musicale porta con sé. Lo spettatore è sempre in agguato, intento a cogliere la trasformazione delle forme in questo gioco di prevedibilità-novità. Nel momento in cui si ascolta un brano, si crea nell’individuo un’aspettativa che genera una forma di tensione muscolare e soggettiva, che si risolve con la comparsa dello stimolo atteso. Il riconoscimento dello stimolo atteso riduce sia l’attenzione che la tensione. In un brano musicale vengono generate nello spettatore delle attese che possono protrarsi nel tempo oppure le soluzioni possono non corrispondere alle attese creando frustrazione o sorpresa oppure una combinazione delle due condizioni. E’ proprio questa la trama interna dell’eccitazione provocata da qualsiasi opera d’arte, non solo dalla musica; l’alternanza di aspettativa (attesa-tensione) e soluzione (incontro con lo stimolo atteso) è alla base del ritmo che ha un importante ruolo in tutte le arti. Molto spesso i compositori giocano a creare, ad esempio impiegando una certa tonalità, un’aspettativa che poi viene disillusa attraverso un brusco cambiamento di tonalità. La musica è proprio una catena di aspettative che possono essere confermate o smentite. Solitamente la musica pop tende a dare le risposte che ci aspettiamo, mentre altri generi musicali come ad esempio il jazz trovano soluzioni diverse, alle quali l’ascoltatore non aveva pensato o che non si aspettava.

Per concludere, le parole di Hegel sembrano esprimere bene il carattere di universalità della musica indipendentemente dalle differenze individuali, così come universali sono le emozioni che vengono evocate dalla musica stessa:

Vi è nella battuta musicale un potere magico, a cui possiamo tanto poco sottrarci che spesso, nell’ascoltar musica, battiamo inconsapevolmente il tempo”. Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Dott.ssa Valentina Villani

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Il tradimento nella coppia

tradimentoIl tradimento può essere considerato uno degli eventi più dolorosi che una coppia si trova a vivere. Anche se ognuno reagisce con le sue modalità, il centro di gravità delle persone coinvolte è completamente sconvolto e la stabilità della coppia ne risente gravemente. Chi è stato tradito viene investito da una tempesta di intense emozioni, dalla rabbia alla vergogna, dalla tristezza all’impotenza, dall’aggressività all’angoscia, dalla frustrazione all’autocommiserazione. In questo momento la comunicazione diventa estremamente difficile, si può avere la sensazione di non riconoscere la persona che si ha accanto, di trovarsi di fronte a un estraneo.

Una delle prime reazioni alla scoperta del tradimento è la perdita di fiducia, non solo nell’altro, ma anche rispetto alle proprie scelte. Vengono così attivati profondi dubbi sia nei confronti del partner che del progetto di coppia fino ad allora condiviso. Scoprire di essere stati traditi amplifica nella persona tradita un senso di insicurezza e di inferiorità, ma soprattutto favorisce l’emergere di pensieri ossessivi sul partner nella situazione del tradimento, dall’immaginare i suoi stati d’animo alla richiesta ossessiva di dettagli spesso molto dolorosi. Queste richieste hanno lo scopo inconsapevole di rendere la persona virtualmente presente nel momento del tradimento e di placare quel senso di esclusione di fronte al quale si trova per riappropriarsi di ciò di cui è stata derubata. Oltre ai pensieri intrusivi su quanto accaduto, la persona tradita può manifestare una serie di sintomi come disturbi del sonno, irritabilità, ansia generalizzata, estrema agitazione e difficoltà di concentrazione.

Colui che ha tradito spesso evita di soffermarsi sui particolari per un senso di protezione verso l’altro ma questa ambiguità può essere percepita dal partner come la volontà di preservare il terzo e, di conseguenza, di perseverare nel tradimento. Chi tradisce si trova inoltre ad affrontare intensi sensi di colpa e un cambiamento nella percezione di sé come persona onesta.

Spesso il tradimento non è altro che l’esito finale di un disagio presente da tempo che riguarda aree complesse della relazione come la comunicazione, il sostegno reciproco, la complicità, la vicinanza emotiva o l’intimità sessuale. Il tradimento è legato a una serie di fattori tra cui la personalità dei due individui presi singolarmente, il tipo di relazione tra di loro e il contesto in cui sono inseriti. Alcuni segnali di malessere possono creare un terreno fertile all’infedeltà anche se non rappresentano necessariamente cause specifiche:

Evitamento dell’intimità – Evitare l’intimità può essere un progetto di entrambi i partner fin dall’inizio del rapporto, oppure si può sviluppare con il tempo per evitare le frustrazioni per la difficoltà di condividere sensazioni intime e problemi. A un certo punto della relazione, uno o entrambi i partner, in maniera cosciente o inconscia, smettono di essere interessati al mondo dell’altro creando un distacco emotivo che impedisce la condivisione e la complicità. L’assenza di curiosità o entusiasmo può generare il desiderio di nuove avventure al di fuori della relazione.

Evitamento dei conflitti­ ­­– In questo tipo di rapporto, gli aspetti conflittuali vengono tenuti nascosti o risolti al di fuori della relazione. La stabilità apparente genera un senso di fiducia e serenità che non hanno in realtà basi solide. Considerare intollerabile qualunque conflitto o delusione rende la relazione rigida e, di conseguenza, un amante può rappresentare una via di fuga o una sfida a questo tipo di rapporto.

Conflitti aperti e irrisolti – L’incapacità a impegnarsi in interazioni efficaci per risolvere i problemi lascia insoddisfatte molte esigenze personali e relazionali creando un senso di frustrazione sempre maggiore che talvolta si traduce nel bisogno di ricercare soluzioni all’esterno.

Rapporti sessuali insoddisfacenti o assenti – Molto spesso i problemi riguardanti la sfera sessuale non vengono affrontati in maniera aperta ed efficace dalla coppia. Tra i problemi più frequenti, la mancanza di passione o di desiderio, disfunzioni sessuali come impotenza o eiaculazione precoce cronica, mancanza di sensibilità sessuale o uso cronico del sesso come strategia di potere.

Insoddisfazione cronica nell’equilibrio di potere nel rapporto – Molte coppie arrivano in uno stato di blocco in cui nessuno dei due partner si sente capace di fare il primo passo verso un equilibrio più armonico. Spesso non sanno che sono in grado di fare il primo passo o non sanno quale passo fare, con quale modalità e quando farlo. Ciò che li frena è la paura di perdere il potere personale nei confronti dell’altro. Una relazione extraconiugale in questi casi può essere utilizzata da uno dei due partner per bilanciare un equilibrio di potere alterato.

Conservare il mito del matrimonio e della famiglia ideale – Le coppie di questo tipo sono spesso considerate coppie ideali. Appaiono felici in pubblico, fanno molte cose insieme e sembrano mantenere relazioni molto cordiali. In realtà hanno sviluppato meccanismi molto sofisticati per coprire i buchi nella loro relazione. Il matrimonio è tenuto insieme dal credere nella famiglia piuttosto che da forti legami emotivi tra i coniugi. Tutta l’attenzione viene posta su cosa dovrebbe essere fatto, mentre le sensazioni e le emozioni sono messe da parte, tanto che nessuno dei due partner sa come costruire un rapporto intimo. Una relazione extraconiugale in un contesto del genere viene utilizzata per rompere la facciata di apparente armonia.

Sfide al precedente sistema di valori – La coppia può essere messa alla prova attraverso cambiamenti del sistema di valori di uno o entrambi i partner. Ciò avviene ad esempio attraverso l’esposizione a sfide come nuovi incontri sociali, partecipazione a gruppi che forniscono un senso di intimità con altre persone, processi di immigrazione o emigrazione. L’immagine di sé e i propri bisogni possono cambiare al punto da ricercare all’esterno una relazione più adeguata.

Sfide alla struttura coniugale e/o familiare – Quando determinati cambiamenti all’interno della coppia alterano gli equilibri, sbilanciano la relazione di potere e lasciano una sensazione di insoddisfazione nei partner si possono creare le basi per un tradimento. Per fare alcuni esempi, quando uno dei due partner comincia a guadagnare molto più dell’altro oppure quando il lavoro di uno dei due richiede lunghi periodi di assenza da casa lasciando l’altro con la sensazione di non poter più condividere la propria vita.

La psicoterapia di coppia fornisce uno spazio per contenere ed elaborare i vari fattori che hanno portato alla frattura, offre un contesto in cui poter dare un senso a quanto accaduto, aiuta ogni membro ad esprimere i propri bisogni in maniera autentica e ad accogliere quelli dell’altro in un modo nuovo, favorisce la costruzione di un rapporto basato sulla reciprocità rispetto a scelte e responsabilità. E’ il contesto terapeutico stesso a garantire a entrambi i membri uno spazio di rielaborazione dei propri vissuti e di comunicazione autentica sia sul piano individuale che su quello di coppia. In questo modo, ciascuno avrà la possibilità di riappropriarsi di parti di sé perdute e la libertà di decidere se e su quali basi ricostruire il rapporto di coppia. In un certo senso il tradimento pone i due partner di fronte a una rinegoziazione delle regole all’interno del rapporto aprendo nuovi canali comunicativi. La relazione in questo modo può fare un salto di qualità, sia nel caso in cui si decida di proseguire sia nel caso in cui si scelga di interrompere il rapporto.

Dott.ssa Valentina Villani

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Love Addiction – La Dipendenza Affettiva

Psicologo Psicologa Psicoterapeuta Roma Monteverde Portuense Valentina VillaniQuando essere innamorate significa soffrire, stiamo amando troppo. Quando nella maggior parte delle nostre conversazioni con le amiche intime parliamo di lui, dei suoi problemi, di quello che pensa, dei suoi sentimenti, stiamo amando troppo. Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza, o li consideriamo conseguenze di un’infanzia infelice e cerchiamo di diventare la sua terapista, stiamo amando troppo. Quando leggiamo un saggio divulgativo di psicoanalisi e sottolineamo tutti i passaggi che potrebbero aiutare lui, stiamo amando troppo. Quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare e il suo comportamento, ma ci adattiamo pensando che se noi saremo abbastanza attraenti e affettuosi lui vorrà cambiare per amor nostro, stiamo amando troppo. Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo”.

Con queste parole Robin Norwood comincia il suo famosissimo saggio “Donne che amano troppo” in cui vengono individuate le ragioni per cui molte donne si innamorano dell’uomo sbagliato e spendono inutilmente le loro energie per cambiarlo. Ognuno di noi in qualche modo è dipendente dagli altri, tutti abbiamo bisogno di approvazione, conferme, empatia e ammirazione da parte degli altri per sostenerci e mantenere la nostra autostima, ma la dipendenza affettiva può raggiungere forme così estreme da diventare patologica.

La dipendenza affettiva o love addiction è una forma patologica di amore caratterizzata da assenza cronica di reciprocità nella vita affettiva, in cui l’individuo “donatore di amore” a senso unico, vive la relazione di coppia come condizione unica, indispensabile e necessaria per la propria esistenza, diventando la linfa vitale di cui nutrirsi quotidianamente.

Alla base di questa dipendenza c’è una profonda necessità di legarsi a un’altra persona, di connettersi emotivamente proprio perché la propria identità e autostima sono costruite sull’opinione altrui. Chi vive questo tipo di dipendenza attribuisce all’altro un’importanza tale da annullare se stessi, non ascoltando i propri bisogni e le proprie necessità. La sfiducia nel proprio valore e nelle proprie capacità creano la paura di non essere degni d’amore e il bisogno di continue rassicurazioni da parte del partner riflettono un bisogno ossessivo di sicurezza che porta a tollerare anche maltrattamenti e tradimenti pur di non perdere l’altro.

Spesso le persone dipendenti hanno un passato di abusi e maltrattamenti fisici o emotivi che non sono riuscite a elaborare. Le dinamiche familiari vengono così replicate attraverso la scelta di partner inadeguati, spesso evitanti, che generano una serie continua di alti e bassi provocando un’incredibile senso di delusione e devastazione.

Attualmente non sono stati riconosciuti dei criteri diagnostici per definire la dipendenza affettiva e dunque non è stata ancora classificata come patologia, tuttavia la sua manifestazione trova molte similitudini con la dipendenza da sostanze presentando caratteristiche come ebbrezza conseguente allo stare insieme al partner e dose, intesa come quantità di tempo sempre maggiore da spendere all’interno della coppia. Altri sintomi sono il terrore dell’abbandono e della separazione; la mancanza di interesse per sé e per la propria vita, dagli amici ai rapporti interpersonali, ai desideri; la devozione estrema; l’ossessione per l’altro; la gelosia morbosa; l’incapacità di tollerare la solitudine; la paura di essere se stessi; il senso di colpa e la rabbia; l’isolamento sociale; sentimenti di disperazione e fallimento quando si è lontani dal partner; l’incapacità di smettere di vedere la persona amata anche quando si è consapevoli che è distruttiva per se stessi; l’assenza totale di confini con il partner che genera una relazione simbiotica e fusionale. Oltre a questi sintomi si possono ritrovare quelli comuni a tutte le dipendenze come insonnia, nausea, disturbi gastrici, sintomi influenzali, fino ad arrivare a depressione e stati simili al lutto.

Le radici di questo disturbo traggono origine da ferite infantili mai guarite, basate sull’apprendimento di un rifiuto precoce legato alla propria inadeguatezza. Il dipendente ama l’altro idealizzato con lo stesso amore che ha provato nella propria infanzia per un genitore che lo ha abbandonato e dal quale si è sentito tradito. Per questo motivo la dipendenza si nutre del rifiuto, della svalutazione e dell’umiliazione: non si tratta di provare piacere nel vivere tali difficoltà, ma di dare corpo al desiderio di essere in grado di cambiare l’altro, di convincerlo del proprio valore, di riuscire a farsi amare da chi ama solo se stesso. Amare un partner gentile e affettuoso porta ad annoiarsi, mentre sentirsi sempre il rifiuto o la mancanza di certezze muove il desiderio. Le persone dipendenti sono convinte che per essere amate devono sempre essere diligenti, amabili e sacrificarsi per l’altro per poter ricevere il suo amore anche quando questo significa farsi male. Chiaramente questo tipo di valutazioni alimentano e mantengono il disturbo.

Le famiglie in cui sono cresciute le persone con una dipendenza affettiva generalmente presentano alcune caratteristiche comuni: i bisogni emotivi di affetto e amore vengono trascurati e vengono ignorate le percezioni e i sentimenti dell’individuo fin dall’infanzia, creando la perdita della fiducia in sé stessi e nelle proprie percezioni; la presenza di violenza tra i genitori o tra genitori e figli; un comportamento sessuale scorretto da parte di un genitore che può andare dalla seduttività fino all’abuso sessuale; la presenza costante di litigi e tensioni; lunghi periodi di tempo in cui i genitori rifiutano di parlarsi tra loro; abuso di alcol o altre droghe; genitori in competizione tra loro o con i propri figli; comportamenti compulsivi come il bisogno irresistibile di continuare a mangiare, lavorare, giocare d’azzardo, pulire, spendere, che impediscono contatti sinceri e intimità; comportamenti contraddittori l’uno con l’altra per ottenere la complicità dei figli, estrema severità in fatto di denaro, religione, manifestazioni di affetto, sesso, politica o lavoro precludendo il contatto e l’intimità a favore di una rigida obbedienza alle regole.

Il principale problema nella risoluzione delle dipendenze affettive risiede nell’ammissione di avere un problema. Esistono infatti dei confini estremamente labili tra ciò che in una coppia è “normale” e ciò che diviene dipendenza. Spesso è proprio la speranza in un cambiamento impossibile a far sopravvivere il problema e a cronicizzarlo.

In queste situazioni è utile avvalersi di un supporto psicologico individuale o di gruppo.

Attraverso un percorso psicoterapeutico è possibile acquisire una maggiore consapevolezza delle dinamiche specifiche del dipendente affettivo, focalizzandosi sul suo modo di vivere le relazioni significative, sul messaggio che dà di sé, sulla valorizzazione delle proprie risorse e sul senso di autonomia, sul benessere personale piuttosto che su quello dell’altro, ma soprattutto sulla possibilità di vivere una relazione, quella terapeutica, in maniera del tutto nuova rispetto a quelle abituali, una relazione che sia in grado di tutelare il mondo emotivo e affettivo del paziente favorendo il contatto con parti più profonde del sé all’interno di un percorso verso l’indipendenza.

Il gruppo consente il confronto con persone che stanno vivendo lo stesso problema, di prendere un impegno davanti agli altri e di cominciare a riconoscere le distorsioni della realtà attraverso le similitudini con le storie di vita altrui. I membri del gruppo diventano importanti specchi e nello stesso tempo possono fungere da spinta motivazionale per ritrovare la forza di uscire da relazioni disfunzionali e riprendere contatto con quel senso di dignità alla base di ogni relazione.

Dott.ssa Valentina Villani

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Cos’è la Resilienza?

Psicologo Psicologa Psicoterapeuta Roma Monteverde Portuense Valentina VillaniIl termine “resilienza” deriva dalla scienza dei materiali e indica la capacità di un metallo di resistere alle forze a cui viene sottoposto, conservando la propria struttura. E’ un termine che si può ritrovare in diversi campi applicativi, dall’ingegneria all’informatica, dalla biologia alla psicologia.

La resilienza psicologica è la capacità dell’uomo di resistere alle avversità della vita, di far fronte agli eventi stressanti o traumatici riorganizzando in maniera positiva la propria esistenza attraverso le proprie risorse. Le persone resilienti sono quelle che, in circostanze avverse riescono, talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare in maniera efficace gli ostacoli incontrati, quelle in grado di considerare i fallimenti inevitabili tappe verso il successo.

Etimologicamente il termine resilienza deriva dal latino “resalio”, che in una delle sue accezioni originali indicava l’azione di risalire sulla barca capovolta dalle onde in mare. E’ evidente il collegamento con l’attuale utilizzo del termine in campo psicologico: in entrambi i casi viene indicato l’atteggiamento di andare avanti senza arrendersi nonostante le difficoltà.

Le prime pubblicazioni nell’ambito della psicologia risalgono al periodo compreso tra il 1939 e il 1945, quando due psicologi scolastici, Werner e Smith, iniziarono a seguire dei ragazzi socialmente svantaggiati, a rischio di sviluppare disturbi psicopatologici in età adulta, e si accorsero che alcuni di loro, grazie a caratteristiche del tutto personali, riuscivano a sfuggire a un destino avverso che sembrava già tracciato.

A differenza della forza di volontà che consente di perseguire i propri obiettivi con costanza e determinazione, la resilienza è quella caratteristica che permette di raggiungere i propri obiettivi nonostante le continue sconfitte e gli inevitabili contrattempi della vita.

I sopravvissuti dei campi di concentramento, i reduci da anni di prigionie ingiuste, i pazienti che escono dal tunnel di gravi malattie combattendo non solo con la malattia ma anche con l’ostilità e i pregiudizi sociali, coloro che riescono a superare le prove drammatiche della vita più o meno traumatiche, sono riusciti, in condizioni di impotenza, a ristrutturare le esperienze negative rendendo plausibili le interpretazioni positive.

La resilienza è un tratto della personalità in cui convergono tre diverse dimensioni: una dimensione biologica, che sottolinea il ruolo del patrimonio genetico per cui alcuni individui hanno maggiori energie di altri; una dimensione psicologica che mette in evidenza l’importanza delle relazioni che si formano durante l’infanzia che consentono all’individuo di far fronte alle avversità (attaccamento, comunicazione, modelli di riferimento); una dimensione sociologica che evidenzia l’influenza del gruppo, della cultura, degli apprendimenti e della spiritualità.

Nel corso della vita la resilienza si sviluppa assumendo modalità diverse a seconda delle circostanze, dei singoli individui, degli apprendimenti o dei modelli di riferimento.

Tra i fattori alla base della resilienza si possono ritrovare: un buon attaccamento nella prima infanzia, poter contare su persone amiche e fidate, essere flessibili e adattabili, sapersi assumere le responsabilità, avere senso dell’umorismo, immaginazione, interessi, saper guardare gli eventi in prospettiva, essere buoni comunicatori, avere un progetto di vita, aiutare gli altri, saper prendere l’iniziativa, non rimanere passivi o, peggio ancora, non adagiarsi nel ruolo di vittima. In sostanza, porsi in una condizione proattiva è il fattore che distingue la resilienza dalla semplice resistenza.

Si può insegnare la resilienza ai propri figli?

Come già detto, l’acquisizione di questa capacità dipende dall’intreccio di diversi fattori, ma un genitore che voglia stimolarne o facilitarne lo sviluppo potrebbe tenere presenti alcuni suggerimenti come l’utilizzo della fantasia quale strumento indispensabile per trovare soluzioni ad esempio attraverso il gioco creativo o il racconto; rafforzare l’autostima dei figli incoraggiandoli a fare delle attività come praticare uno sport, suonare uno strumento, ma anche svolgere piccoli lavori domestici in cui si possano sentire bravi e utili; valorizzare il proprio figlio evitando sia scarse attese nei suoi confronti che aspettative eccessive.

Il bambino deve imparare a dare una direzione alle sue emozioni e in questo atteggiamento un ruolo chiave è svolto dall’adulto. Il bambino che reagisce a un’esperienza dolorosa o frustrante con reazioni impulsive come lanciare oggetti o urlare rimarrà allarmato, talvolta disperato e perciò incapace di organizzare i propri sentimenti. Se, al contrario, il genitore svolge la funzione di “base sicura” in cui trovare rifugio, il bambino sarà in grado di lasciarsi calmare e rassicurare.

Un’esemplare dimostrazione di resilienza la offre Frida Kahlo che, dopo l’amputazione del piede, scrive nel suo diario: “Che bisogno ho dei piedi, se ho le ali per volare?”.

Dott.ssa Valentina Villani

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I Sogni

Psicologo Psicologa Psicoterapeuta Roma Monteverde Portuense Valentina VillaniI sogni sono il prodotto dell’attività cerebrale durante il sonno e si manifestano sotto forma di immagini, emozioni, suoni e pensieri. Fin dai tempi più remoti i sogni hanno suscitato l’interesse degli uomini che hanno cercato di elaborare numerose teorie che tentavano di spiegare la loro natura. Gli antichi non consideravano il sogno come un prodotto della psiche ma come una manifestazione della divinità. Con Aristotele il sogno diventa oggetto della psicologia perdendo così la sua origine divina e rivolgendosi invece alla sfera terrena. Solo Freud, molti anni dopo, arriva a intraprendere uno studio psicologico e sistematico sull’argomento. Secondo le sue teorie il sogno rappresenta “la strada maestra che conduce alla conoscenza dell’inconscio”. Tutto ciò che cerchiamo di nascondere a noi stessi durante lo stato di veglia riemergerebbe nel sogno perché i freni inibitori della coscienza sarebbero allentati. Tuttavia in qualche misura i freni inibitori continuerebbero almeno in parte ad agire e questo spiegherebbe il carattere fantastico, surreale e criptico dei sogni. Per questo motivo, secondo Freud, i sogni necessitano di un’interpretazione per riuscire ad andare oltre il contenuto cosciente o manifesto e individuarne invece il suo contenuto latente o inconscio.

Altri studiosi hanno formulato teorie molto diverse, per alcuni autori ad esempio il sogno sarebbe semplicemente una rielaborazione delle esperienze nascoste percepite durante lo stato di veglia, secondo altri sognare sarebbe un modo con cui il cervello smaltisce l’eccesso di informazioni raccolte, secondo la teoria delle “reti neurali” il sogno servirebbe non solo a mettere ordine, ma anche a fare pulizia, eliminando i ricordi più deboli e inutili. Diversi studi scientifici sembrano confermare una funzione evolutiva del sogno che consente agli individui una rielaborazione continua dei contenuti sia consci che inconsci favorendo così un equilibrio emotivo, relazionale e psichico.

Dal momento che esistono diverse teorie, spesso contrapposte, si può facilmente intuire che, dal punto di vista scientifico, i sogni rappresentano ancora in buona parte un mistero.

Ma cosa accade dal punto di vista fisiologico durante il sonno e soprattutto nel momento in cui si sogna?

Il sonno si divide convenzionalmente in 4 fasi di sonno a onde lente (Stadio 1, 2, 3, 4) anche detto Non REM in cui avviene una progressiva diminuzione del tono muscolare, del ritmo respiratorio e della frequenza cardiaca e di una fase di sonno REM (Rapid Eye Movements) caratterizzato da movimenti oculari rapidi in sequenze di 3/10 movimenti ravvicinati che si ripetono più volte con intervalli fra i 5 e i 10 secondi, un tracciato EEG simile alla veglia e un aumento di frequenza dei ritmi respiratori e cardiaci. Durante il sonno REM si svolge la più importante delle esperienze mentali del sonno: il sogno. Diversi studi hanno dimostrato che solo il 10% di coloro che vengono svegliati in una fase di sonno Non-REM riferisce di ricordare qualche immagine vivace del sogno in corso, mentre tra coloro che vengono svegliati durante la fase REM, oltre l’80% riferisce ricordi di sogni vividi e intensi. Durante una notte di sonno si ripetono circa 5 cicli di sonno (dallo stadio 1 Non-REM allo stadio REM) e ogni ciclo dura circa 90 minuti. Ad ogni modo l’alternarsi delle fasi del sonno varia a seconda dell’età ed è comunque diversa da persona a persona. Le ore di sonno REM in un neonato, in proporzione alle ore di sonno complessive, sono circa la metà, mentre durante la crescita tale proporzione tende a diminuire progressivamente.

I sogni riferiti dopo risvegli ottenuti verso il mattino sono molto più ricchi e complessi di quelli raccontati dopo risvegli nella prima parte della notte.

Dopo anni di sperimentazione, sembra ormai chiaro che nel corso del sonno REM il cervello si comporta in modo praticamente identico a quello della vita da svegli, inviando cioè segnali per il movimento dei muscoli in risposta agli scenari proposti dai sogni. Anche se gli occhi non ricevono immagini provenienti dal mondo reale, il cervello ordina loro di muoversi e di osservare scene che in realtà esistono solo nella mente. I segnali inviati al resto del corpo vengono per la maggior parte inibiti a livello di spina dorsale, in modo da non provocare movimenti degli arti. Per alcune parti del cervello non esiste differenza tra sogno e realtà, perciò quando sogniamo ad esempio di mangiare o litigare o pensare, il cervello invia gli stessi segnali che invierebbe come se stessimo davvero mangiando, litigando o pensando.

La caratteristica principale che distingue il sogno dalla realtà è la continuità: gli eventi del mondo reale procedono in modo continuo mentre nei sogni ogni evento tende a essere isolato e solo vagamente collegato a quelli successivi e gli avvenimenti e i personaggi saltano da una situazione all’altra in modo inspiegabile.

Tutte le persone sognano anche se non tutte ricordano spontaneamente i loro sogni al risveglio. Il motivo per cui si tende a dimenticare un sogno al risveglio è probabilmente legato al rischio di confonderlo con la realtà: se ricordassimo ogni sogno con la stessa chiarezza delle esperienze reali diventerebbe estremamente problematico distinguere le due cose. Molti dei ricordi relativi al mondo dei sogni si troverebbero in conflitto con il mondo reale perciò la memoria mette in atto un’importante meccanismo di protezione rendendone difficile il ricordo.

In ogni caso la possibilità di ricordare un sogno dipende da diversi fattori come il significato affettivo del sogno, la sua ripetitività o il tempo trascorso tra l’evento sognato e il risveglio. Per quanto riguarda i contenuti e la tonalità affettiva sembra siano correlati alla personalità del soggetto: una persona immaginativa e creativa riferisce generalmente sogni ricchi di contenuti rispetto a una persona dotata di scarsa fantasia. Uno stato d’animo malinconico dà al sogno una tonalità depressiva, uno stato d’animo allegro una tonalità euforica. Inoltre, i sogni che vengono riferiti al proprio psicoterapeuta sono molto più complessi e densi di contenuti rispetto a quelli che vengono raccontati in laboratorio subito dopo essere stati svegliati dal sonno REM. Questo dimostra quanto gli stati psicologici e le motivazioni possono influire sulla qualità del sogno e, probabilmente, sulle capacità di ricordarne una maggiore quantità di dettagli.

Passerà ancora molto tempo prima che la sempre più vasta conoscenza del cervello ci permetta di svelare ogni mistero riguardo al significato dei sogni e alla loro relazione con la nostra vita da svegli. Vorrei concludere con le parole di Arthur Schopenhauer che ben rappresentano a mio avviso la magia e il fascino dei sogni: “La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro: leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare”.

Dott.ssa Valentina Villani

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Depressione Post Partum

Psicologo Psicologa Psicoterapeuta Roma Monteverde Portuense Valentina VillaniLa gravidanza rappresenta un momento unico nella vita di una donna ed è caratterizzata da intensi cambiamenti fisici ed emotivi.

Aspettare un figlio non significa soltanto prepararsi a un avvenimento gioioso, ma anche a nove mesi di gravidanza durante i quali possono sorgere molti dubbi sulle proprie capacità di donna e di futura madre e sul passaggio definitivo dal ruolo di figlia a quello di madre. E’ inoltre necessario accettare il feto dentro di sé, concepirlo come differente e separato psicologicamente e affrontare il distacco fisico.

E’ anche un momento in cui riaffiorano ricordi relativi all’infanzia e al rapporto con la propria madre: se i conflitti con le figure genitoriali non sono stati ancora superati, l’intero processo può subire delle interferenze e la futura madre può sentirsi ancora più insicura o addirittura provare un vero e proprio sentimento di inadeguatezza.

E’ chiaro quindi che la donna in questa condizione si trova a dover affrontare un difficile lavoro psicologico accompagnato da diverse fonti di stress che si accentuano nei casi in cui viene a mancare un sostegno emotivo da parte delle persone care, o quando non è in grado di affrontare le difficoltà del puerperio, o ancora, quando teme eccessivamente la rottura della simbiosi. Tutti questi fattori, uniti ai cambiamenti ormonali come il calo del livello degli estrogeni e del progesterone, possono dare origine alla Depressione Post Partum o Depressione Postnatale.

E’ importante distinguere gli episodi di depressione post partum dalla “Baby Blues” che colpisce circa il 70% delle donne nei dieci giorni successivi al parto che tende a scomparire entro poche settimane. Questa condizione per lo più transitoria, è caratterizzata da sensazioni d’ansia, stanchezza e irritabilità accompagnate da crisi di pianto che possono essere considerate come una normale conseguenza della separazione biologica madre-feto e delle ricorrenti alterazioni ormonali successive al parto.

La Depressione Post Partum ha una prevalenza del 10-20%, insorge entro quattro settimane dal parto ed è caratterizzata da fluttuazioni dell’umore, ansia, angoscia, irritabilità, apatia, tristezza, facilità al pianto, bassa autostima, mancanza di energia, senso di colpa e inadeguatezza, autocolpevolizzazione, ridotta capacità di attenzione e concentrazione, senso di solitudine, insonnia e inappetenza. A questo quadro sintomatologico spesso si associa la presenza di eccessiva preoccupazione per il neonato, l’intensità della quale può variare dall’ipercoinvolgimento a veri e propri deliri, oppure il non provare sentimenti di amore verso il figlio che si manifesta con il disinteresse o con la paura di rimanere da sola con il neonato.

L’infanticidio è più spesso associato con gli episodi psicotici postpartum caratterizzati da allucinazioni o deliri, ma si può verificare anche durante gravi episodi di depressione postnatale.

Tra i fattori di rischio che possono agevolare l’insorgenza del disturbo, vi sono episodi passati di depressione, gravidanza non programmata, disagi familiari presenti o passati, traumi come la perdita di un familiare o del lavoro, tendenza all’isolamento e al rifiuto dell’aiuto altrui, carattere ansioso e irritabile, abuso di alcol, fumo o sostanze.

Molto spesso le madri con depressione post partum tendono a vivere con enorme senso di colpa le loro sofferenze poiché, secondo l’immaginario collettivo, la gravidanza e il periodo successivo devono essere necessariamente caratterizzate da felicità, pienezza e appagamento. Ecco quindi che viene messo in atto un processo di dissimulazione del proprio stato che si manifesta con una negazione dei vissuti depressivi.

In particolare, alcuni comportamenti come l’ossessiva preoccupazione per ogni dettaglio riguardante la cura del bambino, i continui controlli notturni della respirazione e l’eccessiva apprensione per l’alimentazione del piccolo, uniti a segnali psicologici come senso d’impotenza, rassegnazione, eccessiva autocritica e tristezza possono costituire dei veri campanelli d’allarme per individuare precocemente questo disturbo.

Le interazioni madre-bambino sono quindi soggette a presentare disfunzionalità soprattutto in relazione al fatto che la depressione postnatale produce una limitazione nell’espressione dell’affettività della madre che rende il suo aspetto triste, ansioso e teso accompagnato da una minore frequenza di scambi visivi e fisici con il bambino. Ogni madre poi adotta uno stile affettivo-comportamentale personale, da quella che mostra atteggiamenti invadenti e intrusivi a quella emotivamente assente e incapace di sostenere le iniziative di interazione del bambino.

Secondo uno studio inglese pubblicato sugli Archives of Pediatrics & Adolescent Medicine, anche i neopapà potrebbero essere colpiti da forme più o meno lievi di depressione post partum. Ad aumentare il rischio di pensieri negativi sembrano essere soprattutto la carenza di sonno, i cambiamenti nella vita di coppia, l’eccessiva stanchezza e il senso di responsabilità legato al nuovo ruolo di padre.

Per intervenire sui fattori di rischio è necessario diminuire l’isolamento sociale subito dopo il parto aumentando la vicinanza, il supporto e la condivisione con il partner, i familiari e gli amici che possono diventare importanti risorse non solo per sostenere la neomamma nelle attività quotidiane, ma anche per comprendere e accogliere nella maniera più empatica possibile le sue emozioni.

La consapevolezza che la maternità è un periodo complesso in cui convivono emozioni contrastanti permette di attenuare i sensi di colpa rispetto al percepire sé stesse come cattive madri. Inoltre, la capacità di comunicare il proprio malessere consente di ricevere un aiuto concreto dall’esterno che può essere rappresentato dall’attivazione della rete sociale della donna o, nei casi più gravi, dal trattamento farmacologico e dalla psicoterapia.

Dott.ssa Valentina Villani

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Attacchi di Panico

Psicologo Psicologa Psicoterapeuta Roma Monteverde Portuense Valentina Villani

Palpitazioni, tachicardia, sudorazione, tremori, sensazione di soffocamento o asfissia, dolore al petto, nausea, sensazioni di sbandamento o svenimento, paura di perdere il controllo, di impazzire o di morire, sensazione di irrealtà (derealizzazione), sensazione di distacco da se stessi (depersonalizzazione), formicolio, brividi o vampate di calore. I sintomi di un attacco di panico si sviluppano improvvisamente e raggiungono il picco nel giro di dieci minuti circa. Si tratta di un periodo preciso di paura o disagio intensi in cui sono sufficienti almeno quattro dei sintomi elencati.

Si possono individuare tre tipi di attacchi di panico:

  • Inaspettati, nei quali l’esordio non è associato a un fattore scatenante situazionale;
  • Causati dalla situazione, i quali si manifestano durante l’esposizione o nell’attesa di uno stimolo o un fattore scatenante (ad esempio un soggetto con fobia sociale che ha un attacco di panico nel momento in cui deve parlare in pubblico);
  • Sensibili alla situazione, che possono manifestarsi in seguito all’esposizione di un fattore situazionale scatenante, ma non sono necessariamente legati allo stimolo scatenante (ad esempio, è altamente probabile che gli attacchi di panico si manifestino mentre il soggetto sta guidando la macchina, ma alcune volte lo stesso soggetto può guidare senza avere attacchi).

La frequenza e la gravità degli attacchi di panico è molto variabile: alcuni individui presentano attacchi moderatamente frequenti (ad esempio una volta a settimana) che si manifestano per mesi in maniera regolare, mentre altri riferiscono una serie di attacchi più frequenti (ad esempio quotidianamente per una settimana) intervallate da settimane senza attacchi o con frequenza ridotta.

Chi ha provato gli attacchi di panico li descrive come un’esperienza terribile in cui la percezione di un’intensa paura, apprensione o terrore è spesso associata a una sensazione di catastrofe imminente. La paura di avere un nuovo attacco molto spesso diventa dominante e il singolo episodio può sfociare in un vero e proprio disturbo di panico in cui c’è una preoccupazione persistente di avere altri attacchi, la cosiddetta “paura della paura”.

La preoccupazione per il prossimo attacco o per le sue implicazioni sono spesso associate allo sviluppo di condotte di evitamento che possono determinare una vera e propria agorafobia (paura degli spazi aperti). Nei casi di disturbo di panico con agorafobia, il disagio aumenta in tutti quei contesti come i luoghi affollati o più in generale i luoghi pubblici, nei quali la persona teme di non poter raggiungere una via di fuga in caso di crisi di panico. Diventa quindi quasi impossibile uscire di casa da soli, viaggiare in aereo, in treno o in metropolitana, guidare la macchina o stare in mezzo alla folla. L’evitamento di tutte le situazioni che potenzialmente potrebbero scatenare l’attacco di panico rende l’individuo schiavo dei suoi sintomi al punto da sentirsi più sicuro solo quando viene accompagnato da una persona di fiducia, riducendo così la sua autonomia.

Solitamente gli attacchi di panico sono più frequenti in periodi stressanti. In particolare, la perdita o la rottura di relazioni interpersonali importanti come ad esempio lasciare la propria casa per andare a vivere da soli, il divorzio, la malattia o la perdita di una persona significativa, possono fungere da fattori precipitanti.

Oltre alle ricerche che hanno riscontrato una maggiore incidenza di eventi esistenziali stressanti nei soggetti con disturbo di panico, varie teorie supportate da ricerche hanno tentato di comprendere la patogenesi di questo disturbo.

Secondo Kagan e collaboratori dipende da una caratteristica temperamentale innata definita “inibizione comportamentale a ciò che non è noto” in cui i bambini possono essere facilmente spaventati da tutto ciò che è loro estraneo.

Secondo uno studio condotto da Manassis e collaboratori, i pazienti con disturbo da attacchi di panico spesso vedono la separazione e l’attaccamento come reciprocamente escludentesi. Ciò si traduce nella manifestazione di uno spettro estremamente ristretto di comportamenti che tentano allo stesso tempo sia di evitare la separazione, percepita come troppo minacciosa, sia l’attaccamento che viene vissuto come troppo intenso.

Milrod suggerisce invece che coloro che sviluppano attacchi di panico sono soggetti a sensazioni di frammentazione del Sé e possono avere bisogno di un terapeuta o di altre figure significative che li aiutino a percepire un senso stabile di identità.

Anche un abuso sessuale e fisico durante l’infanzia sembra avere qualche collegamento con lo sviluppo di un disturbo da attacchi di panico. Una ricerca condotta da Stein e collaboratori rilevò un’elevata correlazione tra disturbi d’ansia e storie di abuso sessuale infantile nei gruppi di donne esaminati. Poiché il trauma infantile interferisce con l’attaccamento del bambino ai genitori, l’abuso sessuale potrebbe spiegare alcune delle difficoltà che i soggetti con disturbo da attacchi di panico hanno nel sentirsi sicuri con gli oggetti significativi della loro vita.

La cura farmacologica può essere utile per ridurre o eliminare i sintomi dell’attacco di panico ma da sola non rappresenta un trattamento risolutivo.

E’ preferibile affiancare alla terapia farmacologica una psicoterapia,attraverso la quale è possibile aiutare il paziente a sentirsi accolto, a capire il significato profondo dell’ansia, a tollerarla, a svelare il simbolismo delle situazioni evitate, il tipo di conflitto espresso dall’attacco di panico e a modificare i meccanismi alla base di quel comportamento che causa così tanta sofferenza.

Dott.ssa Valentina Villani

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L’Ipocondria

Psicologo Psicologa Psicoterapeuta Roma Monteverde Portuense Valentina VillaniNe parlava già Moliere nel ‘600 e nel 1979 Tonino Cervi ne ha tratto un celebre film la cui interpretazione nelle vesti di “malato immaginario” di Alberto Sordi rimane indimenticabile. Eppure l’ansia e l’ipocondria sembrano ormai destinate a caratterizzare la psiche umana del nuovo millennio.

La persona affetta da ipocondria è convinta di avere una malattia nonostante i risultati medici diano responso negativo e vive nell’angoscia e nella paura della malattia stessa. La preoccupazione della malattia diventa un elemento centrale sempre presente nei suoi pensieri e influisce sul modo di guardare se stesso. La convinzione di possedere una grave malattia si basa sull’errata interpretazione dei propri sintomi fisici (ad esempio l’affanno dopo aver fatto una rampa di scale potrebbe essere inteso come indice di imminente infarto).

La preoccupazione può riguardare le funzioni corporee come il battito cardiaco o la traspirazione, oppure sensazioni fisiche di lieve entità come una piccola ferita o un raffreddore, o ancora sensazioni fisiche vaghe o ambigue come “cuore affaticato” o “vene doloranti”.

Si osserva ossessivamente il proprio corpo cercando anche i minimi segni che sembrano dare ragione della propria preoccupazione, si fanno costanti visite dal medico anche se le diagnosi non servono a placare le proprie convinzioni e si chiedono continue rassicurazioni ai propri familiari esasperando i rapporti interpersonali.

Anche il migliore dei medici difficilmente riuscirà a conciliare l’esigenza di rassicurazione clinica di questi pazienti con la prescrizione di un numero ragionevole di analisi e valutazioni specialistiche. Per questo motivo l’ipocondriaco tenderà a lamentarsi del suo medico che, nella sua ottica, non presta la giusta attenzione ai suoi problemi, e a cambiarlo frequentemente o in ogni caso a rivolgersi a specialisti di varie aree cliniche ritrovandosi alla fine sempre insoddisfatti. All’estremo opposto esistono forme di ipocondria nelle quali il timore per la propria salute è così intenso da rifiutare ogni tipo di rapporto con il medico e ogni esame clinico nella convinzione che la diagnosi non potrebbe essere che nefasta.

I soggetti con ipocondria possono allarmarsi se leggono o sentono parlare di una malattia, se vengono a sapere che qualcuno si è ammalato, o a causa di sensazioni che riguardano il proprio corpo.

Quali possono essere le cause di questa preoccupazione costante?

Spesso si osserva che questo tipo di pazienti hanno un’immagine di sé come persone fragili, vulnerabili e deboli. Tale credenza costituisce uno dei perni intorno al quale si costruisce il senso della propria identità. Talvolta l’immagine di persona fragile riflette l’immagine di debolezza della figura d’attaccamento: un genitore estremamente protettivo, teso a mettere in costante allarme il bambino contro pericoli e malattie può trasmettere una sensazione di ansia e paura che in seguito possono manifestarsi sotto forma di ipocondria.

L’ipocondriaco è in un certo senso intrappolato in un circolo vizioso che rende vani tutti i tentativi di rassicurazione, sia quelli autonomi come ricerche di informazioni su internet, sia quelli provenienti dall’esterno come esami specialistici o pareri di familiari o medici.

La cura dell’ipocondria può risultare particolarmente difficoltosa soprattutto nei casi in cui i soggetti non sono del tutto convinti che la causa dei loro mali sia soltanto di tipo psicologico, mentre laddove il soggetto si rende conto, almeno in parte, che le sue preoccupazioni sono eccessive o infondate è possibile e auspicabile intraprendere un percorso di psicoterapia.

L’approccio terapeutico potrebbe essere quello di favorire un processo di consapevolizzazione, di simbolizzazione e rielaborazione del conflitto espresso in maniera mascherata attraverso il timore della malattia.

Quali bisogni e paure si stanno esprimendo attraverso il timore delle malattie? Cosa simboleggia quella malattia? Perché proprio il timore di quella malattia e non un’altra, che equivale a dire quale parte del Sé è sentita come minacciosa? Quali vantaggi si ottengono dall’apparire malato? Quale significato viene associato alla malattia all’interno del sistema familiare? E’ possibile l’eventualità che la malattia simboleggi sentimenti autodistruttivi e autopunitivi?

Queste sono soltanto alcune domande che sarebbe opportuno porsi in ambito psicoterapeutico con questa tipologia di pazienti.

Ammesso che la persona accetti di prendere farmaci senza temere danni al proprio organismo, la cura farmacologica si basa fondamentalmente sugli antidepressivi. Questi possono risultare utili per gestire i sintomi depressivi e l’ansia che accompagnano l’ipocondria migliorando la qualità di vita globale del paziente e favorendo una migliore accettazione del percorso psicoterapeutico.

Dott.ssa Valentina Villani

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Le punizioni funzionano davvero?

Psicologo Psicologa Psicoterapeuta Roma Monteverde Portuense Valentina VillaniQuante volte da genitori ci siamo sentiti stanchi, svuotati, irritati e arrabbiati con i nostri figli? E quante volte ci siamo chiesti se le punizioni siano davvero le soluzioni migliori per insegnare la disciplina?

In realtà c’è un’enorme differenza tra l’acquisire l’autodisciplina attraverso l’identificazione con le persone che si ammirano ed essere irreggimentati a forza, o addirittura con la violenza. I castighi, le punizioni e le imposizioni tendono a essere controproducenti se non addirittura nocive. Può darsi che trattengano il bambino dal fare ciò che non dovrebbe, ma ciò che imparano in questo modo è che forza e diritto coincidono. Quando saranno abbastanza grandi e forti, cercheranno di rifarsi, perciò “puniranno” i loro genitori comportandosi in un modo che sanno li addolorerà. Qualunque punizione, fisica o psicologica, ci pone contro la persona che ce l’ha inflitta e non bisogna dimenticare che le ferite psicologiche possono fare più male e durare più a lungo di un dolore fisico. Ogni bambino avrà una reazione diversa alla punizione, a seconda del carattere e del tipo di rapporto che ha con i genitori, ma nessun bambino potrà evitare di sentirsi umiliato dai castighi, di qualunque tipo siano. Le punizioni non costituiscono un deterrente adeguato per chi ritiene di poterla fare franca: il bambino che prima agiva apertamente, ora imparerà a fare le cose di nascosto. Inoltre, che provi o meno un reale rimorso, imparerà a mostrarsi pentito quando gli adulti si aspettano che lo sia, anche se forse gli dispiace solo di essere stato scoperto. Le espressioni di rammarico ottenute con la durezza, sono assicurazioni prive di contenuto, dette solo per mettere fine ai rimproveri.

Come intervenire a questo punto in maniera più efficace e meno distruttiva? Una soluzione è l’autodisciplina che si fonda sull’interiorizzazione di valori appartenenti a persone amate e ammirate e sull’emulazione del loro comportamento con la speranza di essere a nostra volta amati e stimati. In altre parole, la ragione per comportarsi bene non dovrebbe essere l’evitamento delle punizioni ma il desiderio di sentirsi a posto con se stessi, il rafforzamento del rispetto di sé. Per fare ciò, è necessario che nel bambino nasca il desiderio di meritare o conservare la stima delle persone amate. Per questo motivo, la meta che un genitore si dovrebbe proporre per quanto riguarda la disciplina è quella di accrescere nei figli il rispetto di sé stessi, di renderglielo così forte e resistente da riuscire a trattenerli dal comportarsi male.

Qualunque cosa il bambino faccia, in realtà è convinto sia la cosa giusta, per quanto ingannevole sia la sua valutazione della situazione. Perciò quando lo rimproveriamo dobbiamo avere cura di chiarirgli come anche noi siamo convinti che, se ha agito in quel modo, è perché secondo lui era giustificato farlo. Se facciamo capire al bambino che, pur disapprovando quello che ha fatto, siamo certi che non intendeva fare nulla di male, la nostra disponibilità susciterà in lui un’analoga disponibilità a darci ascolto. In questo modo viene impostata una discussione che salvaguarda il suo rispetto di sé e gli consente di ascoltarci con una disposizione d’animo positiva. Dire a un bambino che ha fatto qualcosa di male con durezza o in tono di delusione, intacca il suo rispetto di sé e il suo amore per noi, e con ciò il bisogno di comportarsi in modo da ottenere la nostra approvazione.

Tutto questo non significa dire che i genitori non debbano rimproverare i figli quando fanno qualcosa che a loro parere è sbagliato, né che non debbano mai provare irritazione nei loro confronti. Qualunque genitore proverà inevitabilmente intense emozioni vedendo che il figlio non si comporta bene e neppure il genitore più dolce e ben intenzionato potrà evitare di sentirsi a volte esasperato. Ciò che non giova è forse credere che la propria collera sia dovuta esclusivamente al comportamento del figlio e di avere pertanto tutto il diritto di lasciarsene guidare, mentre è bene tenere presente che cedere alla collera non fa bene a nessuno.

Quindi cosa dovrebbe fare in pratica un genitore per impedire al figlio di comportarsi male? In teoria, fargli capire il nostro dispiacere dovrebbe rappresentare un deterrente ma spesso non è sufficiente. Come già detto in precedenza, i migliori risultati educativi si ottengono quando il bambino non solo è profondamente e positivamente impressionato dalla personalità e dalla competenza del genitore, ma desidera inoltre continuare a essergli gradito, in virtù dell’affetto che prova per lui, perché lo ama e desidera esserne amato a sua volta. Ecco perché il bambino che è stato allevato con cure amorevoli farà il possibile per conservarsi l’amore dei genitori e nulla gli fa più paura che perderne la protezione.

Quando vediamo che spiegare a nostro figlio ciò che è male non sortisce alcun effetto, c’è bisogno di aggiungere alle nostre parole qualche gesto che deve avere assolutamente un valore simbolico e che tuttavia comunichi chiaramente come in questo modo stia rischiando di perdere il nostro amore. Un gesto simbolico per comunicare questo messaggio potrebbe essere escludere per breve tempo il bambino dalla nostra presenza. La distanza fisica simboleggia la distanza affettiva ed è un simbolo che parla contemporaneamente alla coscienza e all’inconscio del bambino. E’ importante precisare che lo scopo di allontanare fisicamente il bambino dalla presenza del genitore non deve mai essere quello di punirlo, ma solo di consentire a entrambi di prendere le distanze dall’accaduto, di calmarsi, di riflettere. Quando siamo scontenti di loro, fa parte del nostro rapporto lasciarglielo capire, senza però assumere atteggiamenti critici o punitivi, ma aumentando la nostra distanza affettiva: come potremmo in verità fargli sentire una vicinanza che noi stessi non proviamo in quel momento? Fa parte della nostra autenticità: non fingere di essere migliori di quello che siamo o pretendere di essere perfetti. Fare del nostro meglio per vivere in maniera coerente e autentica può indurre i nostri figli, vedendo che ne vale la pena, a desiderare di seguire il nostro esempio, ovviamente secondo i loro tempi e i loro modi.

Dott.ssa Valentina Villani

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Il lutto

Psicologo Psicologa Psicoterapeuta Roma Monteverde Portuense Valentina VillaniCon la parola lutto si intende la reazione emozionale che si vive quando perdiamo una persona significativa della nostra esistenza ma anche il tempo che segue la sua morte. La perdita di una persona cara viene vissuta come una perdita di parte di sé stessi a cui segue un periodo di sofferenza e difficoltà. Non si può amare qualcuno e perderlo senza sentirsi soli e deprivati del suo affetto, senza diventare vulnerabili e provare dolore. Il lutto è come una ferita il cui processo di guarigione richiede tempo e fatica, un vero e proprio lavoro per poter tornare a vivere una vita sicuramente diversa da quella vissuta in precedenza.

Nel saggio “Lutto e malinconia” Freud si interroga sul mistero del lutto, di questa lenta storia dell’oblio che conduce all’abolizione del dolore attraverso un lungo lavoro. Secondo Freud l’essenziale del lavoro del lutto consiste nel riconoscere le esigenze ineluttabili della realtà, nell’ammissione di un’assenza piuttosto che nell’ostinazione alla sofferenza.

La capacità di elaborare il lutto, che fa parte di quella più generale di tollerare e gestire il dolore mentale, paradossalmente è ancora più importante che non la capacità di riconoscere, cercare e procurarsi il piacere. Perché essa venga acquisita, e soprattutto consolidata, è necessario un lungo e complesso lavorìo, che durerà tutta la vita, ma le cui radici vengono già poste nelle relazioni originarie, cioè, quelle relazioni  intensamente interattive con gli adulti che si occupano di noi nei primi tempi della nostra vita. Fondamentale risulta essere la capacità di gestire le emozioni e nel caso siano particolarmente dolorose come quelle implicate nel lutto, ciò si traduce nel riconoscimento e nell’accoglimento del proprio Sé sofferente.

Tra le mancate elaborazioni del lutto che spesso si incontrano nella pratica clinica, ve ne sono alcune connesse a un inadeguato apprendimento della gestione delle emozioni. Molte persone non sanno riconoscere le emozioni, non sanno cosa farsene, vivono una sorta di appiattimento emotivo non per inibizione, ma per mancato o incongruo apprendimento. Sono molti i modi in cui da bambini apprendiamo a gestire le emozioni, ma quelli più importanti, sono direttamente connessi con le modalità relazionali proposteci dalle persone che si occupano di noi.

Il bambino può riconoscere, tollerare e contenere una particolare emozione solo se trova riconoscimento, tolleranza e contenimento della medesima emozione nelle relazioni reali in cui si trova impegnato. E così facendo, il bambino struttura in modo attivo la percezione di sé come di uno che sta vivendo quell’emozione e che la sta contenendo. Se il bambino si trova in un ambiente umano sistematicamente sordo o cieco rispetto a determinate emozioni, non potrà far altro che divenire a propria volta sordo o cieco rispetto a tali emozioni. Si creeranno, così, come dei buchi nelle capacità di esperire aspetti vitali della propria esistenza.

Al di fuori dei lutti complicati e patologici, si può pensare al lutto come a un processo che inizia, si sviluppa e si conclude: il dolore si attenua poco a poco e la vita riprende, colmando i vuoti con nuovi compiti e nuove presenze. Ogni lutto viene vissuto ed elaborato in tempi e modi molto personali e differenti così come differenti sono le sue manifestazioni: alcuni si comportano in maniera controllata e distaccata, altri piangono e si disperano, altri preferiscono stare soli, altri ancora hanno bisogno di una compagnia costante.

Ciò che accomuna tutti i tipi di lutto è la presenza di fasi che si susseguono pur con una certa irregolarità. La risposta iniziale alla morte è uno stato di shock che coinvolge completamente la persona paralizzandola. Segue una fase di disperazione, struggimento ed espressione di reazioni emotive violente in cui tutti gli interessi personali si concentrano sulla perdita e sul dolore. Il sonno, l’appetito, l’attività, la sessualità, la vita relazionale e quella interiore sono sconvolti per un periodo più o meno lungo. Successivamente, quando si diventa più consapevoli della realtà della perdita, si comincia a esplorare il significato di quella perdita per la propria esistenza. Si ripercorre la natura di quella relazione guardando alla totalità della persona scomparsa, agli aspetti positivi e negativi che la caratterizzavano. In questa fase si è inondati da reazioni emotive molto forti come tristezza, angoscia, rabbia, solitudine, nostalgia, paura, rancore, rimpianti e sensi di colpa con i rispettivi correlati di aggressività e depressione, che sono i compagni più frequenti e fedeli di questo periodo. C’è il rischio di rimanere imprigionati nel passato e di allontanarsi dal presente. In questo periodo travagliato si apprende ad accettare la realtà della perdita sviluppando una nuova relazione con la persona scomparsa. Si trova conforto nel conservare dentro di sé l’immagine della persona amata, i suoi valori, le esperienze condivise, sperimentando la capacità di mantenerne vivo il ricordo e la memoria e di continuare ad amarla, anche se non è più presente fisicamente. Il dolore per la perdita subita continua sempre ad accompagnare le persone ma con il tempo cambia il rapporto con il proprio dolore, aumenta la consapevolezza e la capacità di affrontare le esperienze dolorose. Quando inizia un allentamento del dolore, diventa possibile riscoprire le proprie risorse e funzioni vitali che permettono di procedere nel percorso di ricostruzione della propria vita che aiutano a riaccostarsi alla realtà.

Superare un dolore così forte è un processo lento, ma si possono rintracciare alcuni segnali di avvio al miglioramento: i ricordi, sia positivi che negativi, vengono accolti e rivisitati; si riconosce che la persona amata se ne è andata via per sempre e si accetta la morte come evento definitivo; ci si sente bene anche da soli e non si ha più bisogno di qualcuno vicino tutto il tempo né si cerca di essere perennemente occupati per distrarsi; è di nuovo possibile guidare la macchina senza piangere in continuazione; si è meno sensibili ai commenti altrui; si aspettano di nuovo le feste con gioia; si può di nuovo ascoltare la musica che si era soliti godere con la persona amata; si è pronti a offrire il proprio aiuto a qualcuno che vive la stessa situazione.

 L’esperienza del lutto  ci mette di fronte a un’enorme sofferenza, ci rende più poveri e soli, ci addolora, sconvolge la nostra esistenza, ma nello stesso tempo sollecita continue ristrutturazioni del sé e profondi cambiamenti. Vivere il lutto significa poter attribuire un senso all’esperienza del lutto stesso attraverso un bagaglio di memorie, emozioni condivise, esperienze e affetti che restano dentro, testimoniando l’esistenza di un legame ancora vivo.

Dott.ssa Valentina Villani

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La riscoperta della creatività perduta

Psicologo Psicologa Psicoterapeuta Roma Monteverde Portuense Valentina VillaniDa dove nascono le idee? Se pensiamo ai grandi creativi della storia, Mozart sosteneva che le idee fluivano meglio allorché si trovava interamente solo e poteva essere completamente se stesso, pur non sapendo né da dove né come esse venissero: “Da dove e come esse vengano non so, né posso forzarle”. Un’altra testimonianza dell’esistenza di questa forza ignota può essere ben racchiusa nelle parole di Picasso: “Quando inventammo il cubismo, non avevamo intenzione di inventare il cubismo, ma semplicemente di esprimere ciò che era in noi. Nessuno tracciava un programma di azione”.

La creatività può costituire una risposta indiretta e non specifica alla sofferenza psicologica. Bisogna innanzi tutto specificare che la creatività non costituisce preliminarmente privilegio di alcuni ma si configura come dotazione di ogni essere umano in quanto tale. Maslow ad esempio riteneva che la creatività fosse una potenzialità che tutti, o quasi, gli esseri umani possiedono alla nascita e che nella maggior parte dei casi si smarrisce o resta seppellita man mano che l’uomo si lascia assimilare nella civiltà. Già molti anni prima Jung aveva parlato della creatività come di un istinto. Quando si parla di creatività è facile pensare a vere e proprie creazioni artistiche come la Cappella Sistina o la Gioconda, opere che non sono soltanto legate alla loro epoca storica, ma si pongono in rapporto con la dimensione transpersonale e parlano quindi a ogni essere umano. La creatività dell’uomo comune è qualcosa di diverso, è la capacità di generare cose nuove, di porsi domande, di uscire da uno schema fisso. Per fare solo un esempio, nella Germania nazista i tedeschi avevano la tendenza a pensare tutti nello stesso modo e solo pochi riuscivano a differenziare le loro posizioni dalla massa. Quando diventiamo schiavi delle opinioni che ci vengono propinate, quando le idee non provengono da un’esperienza diretta, quando non siamo messi in condizione di valutare criticamente i fatti, c’è qualcosa che sta ostacolando il processo creativo. La dimensione creativa costituisce il presupposto essenziale per diventare, noi stessi, lo strumento della nostra libertà.

Nel momento in cui un individuo riesce, nell’ambito della sua esperienza, a sperimentare cose nuove e a costruirsi una dimensione di vita nella quale agisce la stessa spinta che conduce un Leonardo, un Beethoven, un Michelangelo o un Proust alla creazione, sta agendo in maniera creativa. La spinta creativa è relativa al proprio mondo interiore che è altamente soggettivo; se si dovesse richiedere a una persona che soffre di trasformarsi in un Michelangelo si metterebbe quella persona in grave difficoltà. Ciò che appare importante all’interno di un lavoro psicoterapeutico è attivare una dimensione interna che conduca la persona a porsi di fronte alla vita con lo stesso stato d’animo con il quale Leopardi cercava di comunicare il senso dell’universo.

Quando si è catturati da un momento creativo, allora si vive al massimo della pienezza. Nel momento in cui Michelangelo dipingeva la Cappella Sistina non veniva distratto da niente, neanche dai bisogni più elementari perché era completamente alimentato dalla forza interna con cui era entrato in contatto. Le persone in grado di trasformare le cose, hanno la capacità di abbandonarsi al demone della creatività senza esserne distrutte. Ne è un esempio classico Ulisse che volle ascoltare il canto delle Sirene pur sapendo il pericolo al quale andava incontro, ma fece in modo di vivere quest’esperienza senza esserne sopraffatto. Si fece assicurare saldamente all’albero maestro della sua nave con la promessa che non sarebbe stato slegato per nessun motivo e obbligò i suoi compagni a otturarsi le orecchie con la cera e a proseguire il viaggio in mare senza voltarsi indietro.

Sia l’artista che l’uomo comune nel momento creativo vivono le stesse vibrazioni, indipendentemente dal fatto che un’opera possa in seguito guadagnare una dignità particolare come prodotto artistico. Si tratta soltanto di riprendersi la dimensione creativa che è sempre esistita nella nostra vita ma che a causa di condizionamenti e fattori particolari che entrano in gioco durante lo sviluppo può perdersi. In effetti le persone che esprimono delle idee che mettono in crisi il mondo non vengono mai accolte a braccia aperte e spesso è proprio la paura di non essere accettati a favorire la rinuncia a esprimersi. Nell’espressione creativa è necessario essere capaci di affrontare l’ostilità degli altri, anzi, se nella vita non incontriamo ostilità alle nostre idee, spesso è perché quelle stesse idee non hanno la forza necessaria per esprimere qualcosa di significativo.

Dott.ssa Valentina Villani

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Depressione: come riconoscerne i primi segnali

Psicologo Psicologa Psicoterapeuta Roma Monteverde Portuense Valentina VillaniMolto spesso si parla di “depressione”, un male oscuro che ha diviso per decenni gli esperti, tra quelli che ne attribuivano un’eziologia biologica e quelli che sostenevano l’importanza di fattori psicologici. Oggi i dati disponibili suggeriscono che la depressione sia una combinazione di fattori genetici, ambientali e psicologici.

Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) realizzato dall’American Psychiatric Association, prevede alcuni precisi criteri per la diagnosi, di cui i due sintomi cardine sono l’umore depresso e la marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte o quasi tutte le attività. Ma quali sono i cosiddetti “campanelli d’allarme” a cui prestare attenzione prima che si trasformino in veri e propri sintomi?

Nelle primissime fasi spesso è difficile diventare consapevoli dei propri pensieri negativi, in quanto questi pensieri tendono a essere automatici e non pienamente coscienti. Tra i pensieri irrazionali che man mano si insidiano nella mente del depresso, vi è una tendenza all’esagerazione, ovvero a considerare certi eventi in modo estremo e catastrofico. Un’altra modalità è l’ipergeneralizzazione che si riscontra quando il verificarsi sporadico di uno o più eventi negativi viene trasformato in evento ricorrente, ad esempio pensieri come “non me ne va mai bene una” o “nessuno mi sopporta”.

Un’altra tendenza è quella di ignorare gli aspetti positivi considerando solo gli eventi spiacevoli e negativi della propria vita. Riconoscere una depressione al suo esordio è inoltre difficile perché si è soliti pensare all’individuo depresso come perennemente svogliato, triste, incapace di alzarsi dal letto o continuamente in lacrime. A volte è così, ma non sempre, soprattutto nelle fasi iniziali della malattia, anzi, a volte per contrastare l’umore depresso la persona appare addirittura molto attiva, agitata e desiderosa di rapporti sociali.

Tra i primi segnali visibili vi può essere un eccessivo aumento o diminuzione delle ore di sonno così come un aumento o una diminuzione dell’appetito. I quadri sintomatologici della depressione sono molto variabili: a volte si tende all’isolamento sociale, altre volte non lo si tollera, a volte si ha la sensazione di non valere nulla, altre di non essere apprezzato abbastanza, a volte non ci si sente amati da nessuno mentre altre sembra che nessuno sia degno di essere amato, a volte ci si sente perseguitati da un destino avverso, altre volte si ha la sensazione di essere colpevoli rispetto a qualsiasi cosa accada ad amici e parenti.

La stanchezza e la sensazione di affaticamento sembra essere una costante, si tende a rimandare ogni piccola incombenza e si fatica a prendere anche la più piccola decisione. Irritabilità e difficoltà di concentrazione sono altri sintomi della fase iniziale della depressione così come il disinteresse sessuale.

Al di là della specifica manifestazione sintomatologica che ogni soggetto mette in atto, sembra che l’esordio della depressione sia legato a una percezione intima di sé e del proprio stato psichico avvertito come sensazione spiacevole di perdita di senso, pur continuando a svolgere le stesse attività di prima. Per questo motivo spesso la vergogna impedisce di comunicare il proprio stato in maniera tempestiva e un precoce riconoscimento della depressione permette non solo di poterla curare con maggiore facilità, ma anche di limitare o evitare l’eventuale uso dei farmaci.

Dott.ssa Valentina Villani

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Le interazioni sociali del neonato e l’attaccamento

Psicologo Psicologa Psicoterapeuta Roma Monteverde Portuense Valentina VillaniDiverse ricerche hanno dimostrato le potenzialità che il neonato possiede di entrare in una forma elementare di interazione sociale e allo stesso tempo le potenzialità che una madre possiede di partecipare con successo a tale interazione.

Quando una madre e il suo bambino di due o tre settimane si trovano faccia a faccia, si verificano fasi di vivace interazione sociale alternate a fasi di disimpegno. Le fasi di interazione comprendono  espressioni facciali e vocalizzi durante le quali il neonato si orienta verso la madre con movimenti agitati delle braccia e delle gambe. Nella fase di disimpegno le attività si placano e terminano con il bambino che distoglie lo sguardo per un certo periodo, prima che inizi la successiva fase di interazione. Mentre l’inizio e la fine dell’interazione da parte del bambino tendono a seguire un proprio ritmo autonomo, una madre sensibile regola il proprio comportamento in modo da accordarlo con quello del figlio. In questo modo la madre consente al bambino di dirigere e grazie alle sue risposte che si intrecciano e si adattano abilmente a quelle del figlio, si crea un dialogo.

In base alle scoperte sulla precocità delle interazioni umane, Bowlby ha sviluppato la  teoria dell’attaccamento che si fonda sull’assunto che l’essere umano manifesta una predisposizione innata a sviluppare legami significativi con le figure genitoriali (o di chi ne fa le veci). Nello specifico, l’attivazione del sistema di attaccamento porta il bambino a cercare la vicinanza del genitore, ricerca che gli consente di essere protetto nei confronti di vari pericoli, dalla mancanza di cibo alle variazioni termiche sfavorevoli, dagli incidenti agli attacchi da parte di altri individui.

Queste relazioni di attaccamento si formano in genere entro il settimo mese di vita con lo scopo di garantire la sicurezza e la protezione nei confronti dei pericoli. All’inizio per il bambino il pianto è l’unico mezzo disponibile per segnalare il suo bisogno di cure, ma già al secondo mese il suo sorriso sociale agisce fortemente nell’incoraggiare la madre a provvedere ai suoi bisogni. Lo sviluppo del comportamento di attaccamento che ha come obiettivo quello di mantenere la vicinanza con la figura materna richiede che il bambino abbia sviluppato la capacità cognitiva di ricordare la madre quando lei non è presente: questa capacità si sviluppa durante il secondo semestre di vita. Così dai nove mesi in poi quando lasciati con una persona estranea, la maggior parte dei bambini risponde con proteste e pianti e una più o meno prolungata preoccupazione nei confronti dell’estraneo.

Gli scambi emotivi che caratterizzano un attaccamento sicuro implicano che l’adulto sia in grado di reagire in maniera pronta e adeguata ai segnali del bambino aiutandolo a ridurre l’impatto di sensazioni spiacevoli come paura, ansia o tristezza. In sostanza il genitore dovrebbe fornire una base sicura da cui un bambino o un adolescente possa partire per affacciarsi al mondo e a cui possa ritornare sapendo con certezza che verrà accolto, nutrito, rassicurato e confortato.

Se il bambino stabilisce una relazione basata su un attaccamento sicuro, sarà in grado di esplorare il mondo, di maturare e di separarsi in maniera sana dal genitore; se, al contrario, la relazione di attaccamento è problematica, il modello interno che ne deriva non fornirà al bambino quella base sicura necessaria per uno sviluppo sano. Un attaccamento insicuro può infatti rappresentare un fattore di rischio significativo per quanto riguarda il successivo manifestarsi di condizioni psicopatologiche.

Lo stile di attaccamento che si manifesta nelle fasi più precoci dell’esistenza ha un impatto fondamentale sullo sviluppo: i bambini che hanno dei genitori sensibili e pronti a dare una risposta sono messi in condizione di potersi sviluppare lungo un percorso di sanità mentale, mentre quelli che hanno genitori insensibili e lenti a rispondere avranno maggiori probabilità di sviluppare un percorso deviante.

Fortunatamente, le esperienze successive continuano a influenzare i modelli di attaccamento, perciò nuove relazioni interpersonali possono indurre nuovi modelli di relazioni e migliorare notevolmente una situazione sfavorevole. In questo senso, gli interventi terapeutici possono avere effetti benefici sulla successiva evoluzione di un individuo. Il rapporto paziente-analista si presenta frequentemente come un vero e proprio legame di attaccamento in quanto in esso si possono manifestare le caratteristiche specifiche di tale relazione come la ricerca di vicinanza, la protesta nei confronti della separazione e l’effetto base sicura. E’ proprio il potenziale continuo di cambiamento che caratterizza gli individui di ogni età che fornisce l’opportunità di fare una terapia efficace.

Dott.ssa Valentina Villani

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Insonnia: tipologie e classificazioni

Psicologo Psicologa Psicoterapeuta Roma Monteverde Portuense Valentina VillaniNonostante sia difficile ottenere informazioni precise sul numero di persone che soffrono d’insonnia, sulle cause e sulla gravità del disturbo, si può comunque affermare che un numero considerevole di individui ne soffre o ne ha sofferto anche solo occasionalmente.

L’esistenza dell’insonnia potrebbe essere attribuita a ragioni evolutive. La maggior parte degli animali dorme e si sveglia secondo i propri ritmi: con l’aumentare del debito di sonno e il diminuire dei meccanismi di allerta essi si sentono stanchi e si mettono a dormire. Negli esseri umani alcune parti del cervello riescono a tenere a bada la sonnolenza anche quando i meccanismi di allerta dell’orologio biologico non sono in funzione come ad esempio nelle situazioni di emergenza in cui è necessario allungare i limiti della veglia. Ma il prezzo che paghiamo per questo vantaggio evolutivo è forse il rischio di soffrire d’insonnia.

Gli specialisti del sonno tendono a classificare l’insonnia tenendo conto di tre distinti parametri: la durata, le cause e la tipologia.

Sulla base della durata è possibile individuare due categorie di insonnia: i casi transitori, che vanno da pochi giorni a una o due settimane, e quelli cronici, che perdurano mesi o anni. Sono classificazioni sicuramente utili, anche se a volte un po’ troppo rigide. Le persone possono avere qualche notte di sonno disturbato, poi alcune notti di sonno normale, poi nuovamente una serie di notti difficili. Nel momento in cui un individuo accusa più di un episodio di insonnia transitoria, le variazioni possibili del disturbo sono praticamente infinite. Tra le circostanze più comuni nelle quali il sonno può essere temporaneamente disturbato, vi sono condizioni di sovraeccitazione dovuta a stress emotivi e preoccupazioni, sconvolgimenti dei ritmi biologici dovuti a cambiamenti di fuso orario o di turno lavorativo, e fattori ambientali come dormire in un luogo nuovo o rumoroso. Già dopo una sola notte di cattivo sonno ci troviamo in pessima forma e svolgiamo i compiti abituali in modo molto meno soddisfacente del solito. Uno stato di stanchezza estrema fa apparire insormontabile anche la più piccola difficoltà e, se il sonno continua a sfuggirci, nel giro di pochi giorni diventiamo pericolosi per noi stessi e per gli altri: aumenta la predisposizione agli incidenti d’auto, per non parlare dei potenziali disastri che macchinisti e piloti di aerei potrebbero provocare lavorando in condizioni di deprivazione di sonno.

Tra le cause di insonnia persistente vi può essere un’alterazione del ritmo sonno-veglia ma non solo, può infatti essere associata a problemi psicologici, affettivi e psichiatrici oppure a disturbi fisici come la sindrome delle gambe senza riposo, reflusso gastroesofageo e fibromialgia, o ancora disturbi diagnosticabili con un esame polisonnografico come l’apnea del sonno.

Sulla base delle possibili cause si possono poi distinguere l’insonnia primaria e quella secondaria.

Fanno parte dell’insonnia primaria due distinti disturbi: l’insonnia psicofisiologica e l’insonnia idiopatica. La prima viene individuata quando il paziente descrive una situazione di ansia e tensione riguardo a tutta la situazione dell’andare a letto e mettersi a dormire e vi è un’attenzione quasi ossessiva nei confronti di questo problema. Spesso queste persone riescono a dormire meglio in situazioni insolite piuttosto che nel proprio letto in quanto in un ambiente estraneo vengono a mancare gli elementi che di solito creano ansia. Questo tipo di insonnia prevede anche una serie di conseguenze nel periodo di veglia diurna come irritabilità, ansia e depressione.

L’insonnia idiopatica invece consiste in un’incapacità permanente di dormire adeguatamente che si manifesta fin dall’infanzia.

L’insonnia secondaria invece è dovuta a malattie fisiche o problemi psicologici come la depressione.

In base alla tipologia si possono distinguere un’insonnia iniziale che si manifesta come difficoltà ad addormentarsi, centrale, caratterizzata da frequenti risvegli durante la notte e tardiva, contraddistinta da un risveglio mattutino precoce.

Il trattamento dei vari tipi di insonnia non è affatto semplice, in particolar modo per coloro che soffrono di insonnia cronica. Al di là delle tecniche generiche per alleviare l’insonnia come il miglioramento dell’igiene del sonno, le tecniche di rilassamento e di riduzione degli stimoli,  l’ipnosi, le erbe e i rimedi casalinghi, ma anche l’utilizzo della melatonina o dei farmaci, è importante cogliere le differenze individuali in modo da poter applicare l’esperienza al singolo caso e realizzare cure personalizzate adeguate.

Dott.ssa Valentina Villani

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Quando il lavoro diventa un’ossessione

Psicologo Psicologa Psicoterapeuta Roma Monteverde Portuense Valentina VillaniAndare sempre di corsa, essere perennemente occupati, controllare ogni attività per vedere se è stata svolta correttamente, abbandonare progressivamente famiglia e amici mancando a eventi importanti, essere irrequieti, impazienti e irritabili, non avere più tempo per la cura personale e per i divertimenti, avere la mente occupata esclusivamente da pensieri riguardanti il lavoro. Il malessere sociale che nasce dall’eccessivo tempo riservato al lavoro è stato descritto negli ultimi anni nei termini di “burnout”, di “sindrome da stress lavorativo”, ma soprattutto  di  “lavoro-dipendenza” o “work addiction”. Da uno studio finlandese per il British Medical Journal, è stato riscontrato addirittura un rischio doppio di decessi per malattie cardiovascolari in lavoratori stressati che non presentavano nessun altro fattore di rischio per tali patologie.

Nel 1990 Fassel ha individuato tre fasi nello sviluppo della dipendenza da lavoro:

Fase iniziale: La persona pensa continuamente al lavoro, fa regolarmente straordinari e si rifiuta di staccare dalla propria attività.

Fase critica: La persona comincia a mettere da parte le relazioni affettive e la sua vita sociale, inizia a esaurire le forza fisiche, sperimenta difficoltà del sonno e vuoti di memoria.

Fase cronica: Questa fase è caratterizzata da lavoro notturno, feriale, festivo. Possono anche bastare tre o cinque ore per notte, oppure si può anche resistere per giorni interi senza chiudere occhio. Inevitabilmente il rendimento del lavoro diminuisce e ha inizio la fase di vera e propria disperazione.

Come accade in tutte le dipendenze, le cause e i motivi che possono essere stati fattori scatenanti sono molteplici.

Da un punto di vista familiare sembra che la predisposizione alla dipendenza da lavoro possa venire agevolata da un modello educativo all’interno del quale si preveda che l’amore dei genitori debba venir guadagnato portando risultati e buoni rendimenti.

Sul piano lavorativo i dipendenti possono intrappolarsi nel proprio successo: dopo ogni risultato positivo aumentano la difficoltà, la dimensione del compito e la posta in gioco per soddisfare se stessi.

Dal punto di vista sociale, i workaholic cercano di evadere dal disagio relazionale, familiare e da un senso di vuoto interiore cercando sollievo nel lavoro. Il lavoro non ha più la funzione di garantire la sopravvivenza piuttosto quella di evasione dai problemi familiari ed esistenziali.

Risultano di fondamentale importanza gli interventi di prevenzione che informino dei rischi della dipendenza da lavoro. A tale scopo, molto utili gli interventi formativi rivolti ai dirigenti affinché possano riconoscere i primi segni della dipendenza da lavoro e possano creare le condizioni che impediscano l’insorgenza della patologia.

Per quanto riguarda il trattamento, molti sono i suggerimenti pratici, dall’acquisire consapevolezza delle reali fonti di stress, all’imparare a delegare, al concedersi delle pause, al dedicarsi a una attività fisica regolare, al porsi degli obiettivi a breve termine. Al di là di questo, la psicoterapia è lo strumento più utile per la risoluzione delle tensioni interne che danno origine allo stress. E’ necessario che la persona che soffre di workaholism possa, mediante una terapia individuale, colmare il vuoto che tenta di arginare con la sua dipendenza. E’ fondamentale che la persona si riappropri delle sue emozioni, riesca a sentirle e comunicarle ed è inoltre importante lavorare sulla percezione di autostima che spesso è talmente bassa da tendere all’autodistruzione.

Dott.ssa Valentina Villani

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Emozioni e Fotografia

Psicologo Psicologa Psicoterapeuta Roma Monteverde Portuense Valentina VillaniQuale essere umano non ha mai voluto provare l’ebbrezza di sfidare le leggi del tempo incastonando preziosi istanti tra le pagine di un album di fotografie? E quale essere umano di fronte a un obiettivo fotografico non è mai stato colto da un narcisistico bisogno di apparire al meglio di sé per guardarsi compiaciuto dopo anni o per imprimere per sempre il ricordo di un momento felice? Charles Baudelaire definiva i fotografi “pittori falliti” e perciò privi delle abilità necessarie per essere considerati artisti. Nonostante ciò, cederà alla tentazione di fermare il tempo e lasciare una traccia di sé nel futuro facendosi ritrarre da Daguerre e Nadar, i maggiori fotografi della sua epoca.

La fotografia risponde al bisogno dell’uomo di fermare l’attimo trasmettendo emozioni a livello cosciente e soprattutto a livello inconscio in quanto strumento non verbale in grado di attivare vissuti profondi. “Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento” diceva Henri Cartier Bresson.  Ed ecco che epoche storiche, eventi importanti, personaggi illustri e avvenimenti di rilievo rimangono impressi in modo indelebile, scolpiti visivamente in una memoria collettiva nel momento in cui vengono catturati in uno scatto. Il processo mnemonico è stato attivato. Non è un caso che le emozioni giochino un ruolo fondamentale nel processo di recupero dei contenuti di memoria dando colore ai nostri ricordi che altrimenti assomiglierebbero ad alberi dai rami secchi e spogli. Grazie alle emozioni, attivate a livello corticale dal sistema limbico, i ricordi riaffiorano in maniera più vivida. Le strutture più importanti del sistema limbico sono l’ippocampo e l’amigdala che sono coinvolti in un grande gioco di squadra: l’ippocampo elabora i ricordi sotto forma di tracce mnestiche e l’amigdala assegna un significato emozionale ai ricordi elaborati dall’ippocampo.

Tutto questo discorso sul legame tra emozioni e ricordi ha molto a che fare con la fotografia, al modo in cui attraverso l’emozione la fotografia impone all’osservatore di riflettere sulla bellezza, sulla realtà, sull’ingiustizia o, più in generale, su frammenti di storia umana in continua evoluzione. Le immagini fotografiche non sono altro che frammenti di vita che collocano l’individuo in un continuum temporale che parte dal passato attivandone i ricordi, danno senso al presente e rendono possibile proiettarsi nel futuro.

In ogni caso anche se la fotografia viene intesa come un atto di riproduzione, è sempre un atto di ri-creazione della realtà, la realtà di chi scatta, il suo mondo interiore e il modo in cui interpreta il mondo esterno. Si pensi al pittore Jackson Pollock la cui sola gestualità aveva un valore estetico e scenografico, indipendentemente dal compimento dell’opera. In questa accezione ri-creatrice, la fotografia può diventare un potente mezzo di esplorazione del non verbale e di narrazione di sé all’interno del processo terapeutico, una sorta di ponte tra interno ed esterno, tra conscio e inconscio. Numerosi gli esempi sul suo utilizzo terapeutico, da Rogers, promotore della corrente della psicologia umanistica, che si serviva delle fotografie come stimoli terapeutici, a Moreno, padre fondatore dello psicodramma, che le considerava punti di partenza per le sedute di gruppo, fino a Kohut, fondatore della psicologia del Sé, che le utilizzava per chiarire aspetti importanti dell’infanzia del paziente.

Al di là del suo utilizzo terapeutico, la fotografia può essere considerata la terapia ideale per tutti quei disturbi della vista di cui è affetta la società contemporanea come il guardare senza vedere, la totale assuefazione al bombardamento di immagini, l’incapacità di meravigliarsi o, peggio ancora, il non guardare affatto.

Dott.ssa Valentina Villani

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